Elon Musk ingaggia battaglia con l’F-35

The F-35 design was broken at the requirements level, because it was required to be too many things to too many people. This made it an expensive & complex jack of all trades, master of none. Success was never in the set of possible outcomes. And manned fighter jets are obsolete in the age of drones anyway. Will just get pilots killed“.

Con queste poche parole, pesanti come macigni, contenute in un post lanciato ieri su X, già Twitter, il social network di sua proprietà, Elon Musk ha attaccato frontalmente il programma internazionale F-35 Lightning II guidato dagli Stati Uniti.

Come è noto, Elon Musk, magnate multimiliardario “visionario”, ha interessi commerciali ed imprenditoriali in diversi settori strategici come l’automotive full electric, lo Spazio con i lanciatori e navicelle futuristiche, i servizi satellitari che garantiscono le comunicazioni ed il traffico internet nonché l’Intelligenza Artificiale tra i più noti che lo hanno reso ricchissimo ed altrettanto famoso.

Il facoltoso imprenditore ha supportato apertamente Donald Trump durante le recenti elezioni presidenziali impiegando tutti i mezzi disponibili tra cui proprio X; per chi conosce quel social network sa cosa è stato negli ultimi mesi, un vero e proprio “bombardamento” mediatico giornaliero ed orario, il tutto favorito dal disastro del Partito Democratico che ha gestito malissimo il passaggio di testimone in corsa tra il Presidente Biden e la Vice Harris.

Il neo Presidente Trump ha riconosciuto l’enorme sforzo di Musk, l’unico suo vero grande elettore dal momento in cui aveva deciso di ripresentarsi come candidato repubblicano per la corsa alla Casa Bianca, e gli conferirà un Ministero che si può definire di Innovazione Tecnologica della prossima Amministrazione.

Ora Musk sembra schierarsi apertamente contro il principale programma aeronautico statunitense di quinta generazione che ha raggiunto 1.060 i velivoli consegnati a 14 Forze Armate di 10 Paesi.

Nel mondo aeronautico occidentale dietro l’F-35 ci sono i due programmi europei Eurofighter Typhoon e Dassault Rafale che ben si difendono, il primo con oltre settecentocinquanta esemplari ordinati, costruiti e costruendi, il secondo con oltre cinquecento velivoli in fase di realizzazione, la versione Viper del F-16 che al momento ha ottenuto circa 150 ordini per velivoli nuovi senza contare i kit di modifica delle versioni più vecchie e, fanalino di coda, il nuovo F-15EX che ha appena ottenuto un primo contratto di esportazione assegnato da Israele per 25 esemplari con una cinquantina di velivoli da realizzare inizialmente per l’USAF.

Quindi, come si vede, l’F-35 non ha concorrenti in casa sua e se la gioca con i due velivoli europei che sono sempre di 4.5+ generazione in attesa del GCAP e del FCAS/SCAF, ed ha un carnet di ordini di oltre 3.100 esemplari delle tre versioni, convenzionale, imbarcata ed a decollo corto/atterraggio verticale, da realizzare.

La critica di Musk al F-35 è strumentale perché è si vero che è frutto di un compromesso dovendo rispondere alle esigenze in primis dell’Aeronautica, Marina e Corpo dei Marines degli Stati Uniti, ma proprio perché si parla delle principali FF.AA. al mondo con l’Esercito, si tratta di macchine di eccellenti qualità (il numero di incidenti registrati in questi anni è irrisorio), ormai provate in combattimento in tutte e tre le versioni, con potenziali di crescita enormi sia grazie al nuovo software sviluppato che nel armamento e che continua ad ottenere successi di vendite internazionali senza molti precedenti; in ambito NATO praticamente è stato adottato dalla stragrande maggioranza degli Alleati, anche da Paesi che storicamente non comprano facilmente dagli Stati Uniti.

Peraltro, ha ragione Musk che, essendo un compromesso, non eccelle particolarmente in questo o quel settore perché, ovviamente, in sede di progetto si è dovuto bilanciare le diverse richieste ed i diversi requisiti dei Servizi americani, ma come detto, trattandosi di un velivolo di quinta generazione, adottato su larga scala, è un velivolo che attualmente non ha paragoni né in Occidente, né in Oriente, per qualità e quantità di esemplari schierati ed operativi.

Anche l’affermazione del magnate sulla presunta fine dell’era dei velivoli da combattimento pilotati da uomini a favore dei droni risulta non sostenuta da elementi fattuali.

Infatti, restando negli Stati Uniti, l’USAF è stata costretta a frenare sul caccia di 6a generazione, per il quale si parlava di adottare l’AI fino ad eliminarne il pilota, perché i costi sono andati fuori controllo, perché le soluzioni proposte non erano tutte tecnicamente realizzabili tra cui anche il pilotaggio delegato all’AI e perché, soprattutto, allo stato attuale nonostante tutti gli sforzi cinesi e russi, F-35, F-22, F-15EX ed F-16 aggiornati sono e saranno in grado di mantenere il vantaggio tecnologico ed operativo per lunghi anni; in soldoni, con quelle premesse si sarebbero spesi una marea di soldi per ritrovarsi con una situazione simile a quella del F-22 Raptor, velivolo da supremazia aerea, la cui costruzione è stata fermata a meno di duecento esemplari per i costi unitari elevatissimi e per l’assenza di una reale minaccia che ne giustificasse il prosieguo come previsto dal programma iniziale e che, pur essendo stato pensato e costruito per tutt’altri compiti, si è trovato ad operare come un “normale” caccia bombardiere sganciando bombe guidate in Medio Oriente e ad abbattere “palloni spia” sui cieli statunitensi.

Tanto è vero che l’USAF ora punta a rivedere profondamente la questione del caccia di 6a generazione, uniformandosi, per modo di dire, a quanto vuole l’US Navy, da sempre molto più pragmatica, per il suo caccia di 6a generazione, per il quale ha stabilito già un tetto di spesa unitario che non intende superare e che faccia ricorso a tecnologie già disponibili e/o testate, senza quindi dover affrontare alcun salto “nel vuoto” sobbarcandosi i costi di ricerca e di sviluppo che alla fine ricadono sul costo unitario del velivolo.

Infine sulla presunta superiorità dei droni guidati dall’AI; è un discorso vero in prospettiva ma attualmente le principali aeronautiche sono impegnate in programmi per lo sviluppo e messa a punto dei cd. “Loyal Wingman” velivoli a pliotaggio remoto e da parte del AI che dovranno interagire con i velivoli pilotati come piattaforme di sensori e di armamenti migliorandone le capacità e persistenza in combattimento.

Che l’AI sia destinata ad ottenere sempre maggiore applicazione è dimostrato dal programma che la DARPA con l’USAF sta conducendo per sviluppare un sistema di guida AI a bordo dei “vecchi” F-16C/D antecedenti ai Block 40/42 tutt’ora in linea con l’USAF e l’ANG; scopo di questo programma è arrivare a dotare diverse centinaia di F-16 ancora disponibili di un sistema di guida AI che permetta di recuperare a ruoli combat velivoli destinati altrimenti a finire la gloriosa carriera come bersagli per missili e scuola tiro.

Perché allora Musk attacca l’F-35? Probabilmente, perché si è nella fase della trattativa del nuovo contratto per il Lotto 20, “la madre” di tutti i contratti che riguarda la fornitura dei Lightning II Block 4, il vero spartiacque tra i velivoli precedenti e quelli dotati dell’avionica avanzata sviluppata nel corso di quindici anni in grado di garantire un vero salto di qualità al JSF.

Questa situazione è figlia di una lunga contrattazione tra US DoD e Lockheed Martin per i Lotti 18 e 19 che si è conclusa solo nel 2023 con l’assegnazione dei relativi ordini, resa impervia dai problemi insorti tra il Pentagono e l’industria per il blocco delle consegne e dei pagamenti a causa del mancato raggiungimento delle prestazioni da parte del aggiornamento software Technology Refresh 3 (TR-3), il preludio del Block 4 che prevede, l’aggiornamento di ben ottanta elementi.

Tale problematica ha costretto Lockheed Martin a riempire i parcheggi dinanzi la factory di Fort Work di velivoli allestiti in attesa dello sblocco delle consegne, di anticipare facendo ricorso alle proprie risorse i pagamenti alla catena di fornitori e sub fornitori per evitare il blocco o rallentamento del ciclo produttivo che avrebbe avuto esiti disastrosi e di risolvere i “guai” del TR-3, lavorando a fianco del Pentagono.

Oltre, tali difficoltà sul tavolo delle trattative si è aggiunta la grana dell’inflazione e del aumento dei costi delle materie prime che ha influito non poco sulla contrattazione; fatto sta che non sono stati comunicati i numeri di velivoli previsti dai contratti per i Lotti 18 e 19, almeno non ufficialmente; ufficiosamente i due contratti dovrebbero coprire la produzione di circa 290 velivoli complessivamente.

A stretto giro di posta il Pentagono ha autorizzato Lockheed Martin a reperire sul mercato i materiali necessari per la costruzione del famoso Lotto 20 assegnandole ben 896 milioni di dollari, ma si deve ancora entrare nella fase della trattativa per fissare il prezzo unitario degli esemplari delle tre versioni.

Quindi, si può ipotizzare che l’intervento di Musk più che di carattere “tecnico-operativo” come potrebbe apparire, potrebbe essere dettato dal entourage del neo Presidente eletto Trump per sollecitare Lockheed Martin ad assumere più “miti consigli” nelle trattative con il Pentagono che, peraltro, dovrà “fare i conti” con una sorta di critical review per quanto riguarda il procurement al centro di più di una forte polemica con il Congresso ed il GAO, una sorta della nostra Corte dei Conti, per la cattiva gestione di programmi cruciali per le Forze Armate, con aumento stratosferico dei costi e tempistiche divenute troppe lunghe.

Foto credit @Lockheed Martin