Chi comanda nel cielo del futuro? Dottrina e leadership alla prova dell’era multi-dominio all’AeroSpace Power Conference 2025

Durante la seconda giornata dell’AeroSpace Power Conference 2025, organizzata dall’Aeronautica Militare, si è tenuta la sessione dedicata a “Doctrine, Leadership and Training” con il coordinamento del Dr. Alessandro Marrone dell’Istituto Affari Internazionali.

Un panel che ha portato al centro del dibattito il ruolo cruciale dell’elemento umano nel potere aerospaziale, in un contesto segnato da trasformazioni dottrinali e innovazioni tecnologiche.

L’elemento umano ancora al centro

Il panel si è sviluppato attorno all’idea, rilanciata dal Generale Goretti nel discorso inaugurale, che il fattore umano sia “irreplaceable”, irrimpiazzabile. Nonostante la crescente diffusione di sistemi autonomi e intelligenza artificiale, i relatori hanno ribadito che il successo delle operazioni aeree dipende ancora – e più che mai – dalla preparazione, dal giudizio e dalla leadership degli operatori in carne e ossa.

Luca Maineri: «Mission Command e operazioni multi-dominio richiedono un cambiamento culturale»

Uno degli interventi più articolati è stato quello del Generale Luca Maineri, Comandante dell’ACC e del DACCC (Deployable Air Command and Control Centre) della NATO.

«Mission Command – ha spiegato – è una risposta a un ambiente operativo contestato, degradato e limitato. Significa essere pronti ad agire con consapevolezza locale anche in assenza di informazioni complete da parte del centro. Richiede, quindi, un cambiamento nel comportamento sia dei comandanti sia dei subordinati». L’attuazione di questa filosofia comporta infatti una rottura con 45 anni di prassi operativa, basata su comando centralizzato e esecuzione decentralizzata.

Ma il cambiamento, ha sottolineato, non sarà né semplice né immediato: «Quello che stiamo affrontando è un cambiamento dottrinale enorme. Applicare davvero il Mission Command significa separare il comando dal controllo, delegare poteri e autorizzazioni, ad esempio usando ordini di tipo missione al posto di ordini dettagliati e prescrittivi». Il Generale ha citato un esempio pratico: il processo di targeting. «Oggi richiede un’autorizzazione da parte di un generale. Con Mission Command, dovremmo essere pronti a delegare anche questo. È un salto culturale e operativo».

Maineri ha poi introdotto una possibile soluzione italiana: il ricorso a funzioni tattiche già esistenti nella dottrina dell’Aeronautica Militare, come la Tactical Battle Management Function (TBMF), per distribuire parte del ciclo decisionale fuori dall’Air Tasking Order e alleggerire la struttura centrale.

Multi-dominio tra sinergia e complessità

Affrontando il tema delle operazioni multi-dominio (MDO), Maineri ha chiarito la tensione esistente tra la decentralizzazione del Mission Command e l’orchestrazione centralizzata richiesta dalle MDO: «Mission Command chiede di abbassare i livelli decisionali. Multi-dominio, invece, richiede di armonizzare più domini – terra, aria, mare, spazio, cyber – spesso a livello operativo. C’è una tensione strutturale tra queste due esigenze.»

In qualità di comandante del DACCC, ha condiviso un’esperienza concreta durante un’esercitazione Ramstein Flag: «Lo stress posto sui controllori per coordinare operazioni multi-dominio è stato sottovalutato. Serve più formazione, più realismo, e soprattutto, serve pianificare anche la fase di assessment».

Un punto su cui ha insistito: «Nei nostri esercizi, l’assessment – cioè la valutazione degli effetti – viene quasi sempre saltato. Invece, dobbiamo imparare a misurare l’efficacia e la performance, per poi aggiornare la pianificazione. Altrimenti non impariamo nulla».

La visione americana

Il Generale Jefferson O’Donnell, comandante dell’Air Force Personnel Center statunitense, ha offerto una riflessione profonda sulla leadership e sull’importanza dell’adattabilità nel contesto operativo contemporaneo. Con quasi trent’anni di carriera iniziata come pilota da caccia, ha condiviso una visione maturata sul campo e nei ruoli di comando strategico. «Il nostro lavoro non è mai comodo» ha dichiarato con forza. «Se ti senti troppo a tuo agio in uniforme, fermati un attimo e chiediti perché». Un monito che invita alla vigilanza continua, alla consapevolezza della trasformazione della guerra e alla necessità di prepararsi all’imprevisto.

O’Donnell ha ribadito come lo sviluppo della leadership non possa prescindere da esperienze vissute, mentorship attiva e una cultura che valorizzi il giudizio umano. Ha sottolineato la necessità di addestrare i comandanti non solo all’uso di tecnologie emergenti, ma anche alla loro integrazione nei team e nei processi decisionali, ponendo grande enfasi sul ruolo dell’etica, della responsabilità sociale e della comunicazione chiara – aspetti che, a suo avviso, devono restare prioritari anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale.


Heather Penney: «Non basta volare, serve dominare i cieli. E non dimentichiamo l’importanza degli esseri umani»

Heather Penney, Senior Fellow del Mitchell Institute, ha offerto una riflessione strategica sulle trasformazioni dottrinali in atto, partendo da un’osservazione critica su alcune narrazioni emerse dal conflitto in Ucraina. «Negli Stati Uniti sta prendendo piede una visione pericolosa: che il futuro dell’air power sia fatto solo di interdizione e supporto ravvicinato, o peggio ancora, solo di droni. Ma se abbandoniamo l’idea di superiorità aerea e di capacità di colpire in profondità, rinunciamo a ciò che rende davvero decisivo il potere aereo.»

Con passione e competenza, Penney ha difeso i principi fondanti dell’air power – dalla superiorità aerea allo strike strategico – evidenziando come l’abuso del concetto di “air denial” possa condurre a guerre statiche e logoranti. «La lezione dell’Ucraina non è che i droni bastano. È che senza un’adeguata forza aerea, si rischia lo stallo. E una forza aerea efficace ha bisogno di aerei… e di aviatori capaci.»

Penney ha anche lanciato un messaggio chiaro ai decisori: non sacrificare capacità presenti in nome di promesse future. «Non possiamo permetterci di dismettere prima di aver sostituito. Perché senza piattaforme e senza persone, l’Air Force non esiste.»

Infine, ha riportato il discorso sulla centralità della componente umana, esortando a non sovrastimare l’intelligenza artificiale a scapito dell’intuito, dell’esperienza e del giudizio umano: «Nel caos del combattimento, è la mente umana che sa improvvisare, discernere e adattarsi. Dobbiamo continuare a coltivare queste capacità nei nostri giovani leader.»

La prospettiva britannica

Dal Freeman Air and Space Institute del King’s College di Londra, la Dr.ssa Sophy Antrobus ha fornito un’analisi critica della Royal Air Force, mettendo in luce un’evoluzione culturale che, negli ultimi due decenni, ha spinto verso una crescente avversione al rischio. «Dopo la tragedia del Nimrod nel 2006, la RAF ha intrapreso un percorso comprensibile ma profondo verso una maggiore regolamentazione, anche a costo di sacrificare parte dell’efficacia operativa» ha spiegato.

Antrobus ha richiamato studi di sociologia militare per evidenziare come la cultura dell’“uncertainty avoidance” – cioè la tendenza a evitare l’incertezza attraverso procedure e controlli – possa limitare la capacità delle forze armate di prendere decisioni rapide in scenari imprevedibili. Ha citato, ad esempio, pratiche di addestramento degli anni ’90, quando gli istruttori RAF inducevano i piloti a spingersi oltre i limiti teorici dell’inviluppo di volo per imparare cosa potesse accadere in caso di superamento. «Oggi, tutto questo sarebbe impensabile» ha osservato «ma dobbiamo chiederci se, in nome della sicurezza assoluta, stiamo indebolendo la capacità decisionale dei nostri comandanti».

L’esperienza tedesca

Infine, il Generale Holger Neumann, comandante delle unità di volo tedesche, ha offerto uno sguardo lucido e innovativo sul futuro dell’addestramento, ponendo l’accento su strumenti come i Digital Twin e l’addestramento Live Virtual Constructive (LVC). «Dobbiamo addestrare i nostri piloti a un ambiente operativo sempre più complesso, dove combatteranno insieme a sistemi senza pilota, in formazioni miste e in spazi multidominio. Per farlo, non possiamo più contare solo sulle ore di volo reali.»

Neumann ha spiegato come l’integrazione di simulatori avanzati e addestramento congiunto tra alleati possa ridurre i costi, proteggere le informazioni sensibili e permettere scenari realistici in sicurezza. Tuttavia, ha anche sottolineato i limiti del mondo virtuale: «La realtà, come si dice, morde. Nessun simulatore potrà mai replicare perfettamente le forze G, il maltempo o la pressione psicologica del combattimento reale.»

Un punto interessante emerso dal suo intervento riguarda l’importanza del concetto di Collaborative Air Warfare, una dottrina sviluppata nell’ambito del programma FCAS (Future Combat Air System), che punta all’integrazione operativa tra piattaforme con e senza equipaggio, in un’ottica di condivisione dinamica di dati e capacità di risposta rapida. Secondo Neumann, il tempo della “squadra uomo-macchina” è già iniziato, e occorre addestrarsi a questa nuova convivenza fin da subito.