Il panel “Technology Competition & Challenges” della Aerospace Power Conference 2025 ha posto l’accento sulle trasformazioni profonde che stanno investendo il settore della difesa, con uno sguardo che abbraccia sia la traiettoria tecnologica dei prossimi vent’anni sia le esigenze più pressanti dei prossimi quattro o cinque. A emergere è stato un messaggio corale, espresso in toni complementari ma convergenti da tutti i relatori: il futuro della superiorità militare dipenderà dalla capacità dell’industria di coniugare velocità, competenze e cooperazione multilivello.

Per il moderatore del panel, il Dott. Tommaso Ghidini dell’European Space Agency, lo spazio rappresenta non solo un modello tecnico da imitare, ma anche una lezione organizzativa. Il successo di attori come SpaceX – rapidi, modulari, con cicli corti e forte integrazione software– dovrebbe ispirare anche i programmi difensivi terrestri. La tecnologia da sola, infatti, non basta: senza le competenze umane adeguate – in primis figure STEM, oggi in carenza strutturale in Europa – l’accelerazione rischia di arenarsi.

Per Lorenzo Mariani, Executive Group Director di MBDA, non c’è più tempo per cicli di sviluppo decennali: il fattore tempo è oggi l’elemento strategico dominante. Le aziende devono essere in grado di aumentare la produzione e ridurre drasticamente i tempi di immissione in servizio, ma senza sacrificare l’innovazione. Una duplice sfida che impone compromessi, investimenti strutturali interni, riforma delle catene di fornitura e una digitalizzazione radicale dei processi. “Non possiamo pensare di accelerare la produzione se prima non riduciamo i tempi delle fasi di concezione, validazione e contrattualizzazione dei prodotti,” ha avvertito Mariani. In altre parole, serve una riforma di mentalità che coinvolga industria, governi e forze armate in un processo agile, digitale, collaborativo.

Dall’esperienza giapponese di Mitsubishi Heavy Industries, per esperienza dell’ing. Masayuki Eguchi, Head of Integrated Defense & Space Systems, è emerso come l’internazionalizzazione sia una condizione di sopravvivenza industriale: oggi nessun Paese può più integrare un sistema d’arma complesso da solo. E proprio dalla partecipazione al programma GCAP con Italia e Regno Unito il Giappone sta traendo benefici diretti in termini di capacità industriale e innovazione.

Lockheed Martin, rappresentata da Mara Motherway, VP Strategy & Business Development, ha rimarcato l’importanza di modularità e interoperabilità come principi fondanti per piattaforme destinate a durare decenni. Il caso dell’F-35, progettato fin dall’inizio per aggiornamenti scalabili, ne è l’esempio: oggi è il perno della deterrenza aerea in 20 nazioni, con una capacità unica di connettere domini differenti – aria, terra, mare, spazio, cyber – in tempo reale. Non si tratta solo di tecnologia, ma di una visione strategica del network di alleanze, che fa del caccia stealth un nodo centrale della battaglia multi-dominio.

L’Air Marshal (r) britannico Sir Gerard Mayhew, Senior Military Adviser BAE, ha posto invece l’accento sul rischio crescente di frammentazione. Se l’innovazione va troppo avanti senza un quadro di interoperabilità condivisa, le piattaforme più avanzate rischiano di diventare isolati giganti incapaci di operare in contesti congiunti. La vera sfida non è solo tecnologica ma anche di policy: costruire un sistema in cui sicurezza, costi e collaborazione restino bilanciati.
Infine, sulla questione dell’approvvigionamento, tutti hanno convenuto che i processi di procurement nazionali devono diventare multi-velocità: le piattaforme complesse richiedono tempi e tutele, ma per quelle a basso profilo tecnologico servono corsie rapide, agili, persino automatizzate. L’uso dell’intelligenza artificiale per semplificare le gare, analizzare i requisiti o prevedere guasti in ottica MRO (Maintenance, Repair, Overhaul) è stato indicato come uno dei settori più promettenti, purché sostenuto da dati coerenti e strutture legali adatte.