Dal prossimo 22 fino al successivo 26 settembre, si terranno esercitazioni navali congiunte tra la Marina Turca e la Marina Egiziana nel Mediterraneo Orientale.

Era dal 2012 che le due Marine non si esercitavano insieme; anzi, l’Egitto nel corso di questi anni era diventato un importante partner militare della Grecia e di Cipro, Paesi che non hanno buoni rapporti con la Turchia per questioni strategiche e di sfruttamento delle risorse energetiche delle rispettive Zone Economiche Esclusive (ZEE).
Le esercitazioni sono il frutto del periodo di ottime relazioni tra Ankara ed Il Cairo, con i due leader Erdogan ed El Sisi che hanno siglato accordi commerciali ed economici, nella difesa e nel settore energetico ed hanno trovato più di un terreno sul quale far convergere i rispettivi interessi.
Non è un mistero che, ad esempio, la Turchia stia favorendo l’ingresso di militari egiziani in Somalia, operazione vista con il fumo negli occhi dall’Etiopia che ha forti interessi in Somaliland, una regione del Paese che il Governo di Mogadiscio ha difficoltà a riportare sotto il suo controllo.
Etiopia ed Egitto hanno la questione sempre viva della gestione della diga “Rinascimento” con la gestione delle acque del Nilo Azzurro che rischia di detonare in un conflitto aperto su larga scala e la Turchia non desidera che Addis Abeba apra una base navale in Somaliland, non avendo gli etiopi uno sbocco sul Mar Rosso sul quale, invece, soprattutto gli egiziani vogliono mantenere una sorta di controllo.
Il riavvicinamento tra Turchia ed Egitto, Paesi che aspirano a diventare potenze regionali tra Levante del Mediterraneo, Nord Africa e Mar Rosso e per questo più volte tra loro in frizione, è iniziato nel 2021 ed è stato abbastanza rapido.
La questione della guerra tra Israele ed Hamas, nonché il collasso del regime di Assad in Siria con il contemporaneo ridimensionamento di Hezbollah e dell’Iran nell’area, ha creato le condizioni per la convergenza degli interessi turchi ed egiziani a contenere la spinta centrifuga israeliana.
I tempi delle durissime critiche turche all’Egitto per l’arresto del Presidente eletto Mohamed Morsi nel 2013 sembrano appartenere ad una lontana era geologica, quasi dimenticata, così come la questione libica dove Ankara ed Il Cairo, in una ideale partita di scacchi, muovono, rispettivamente. i Governi di Tripoli e di Bengasi sembra passata apparentemente in secondo piano.
Queste esercitazioni navali porranno qualche interrogativo ad Atene e Nicosia sulla solidità dei loro rapporti con Il Cairo e saranno seguite con discreto interesse da parte di Tel Aviv che, soprattutto, con Ankara ha più di una controversia in atto, dato il ruolo di difensore dei diritti della Palestina che si è ritagliato il Presidente Erdogan e per la situazione in atto tra Siria e Libano che interessa direttamente Turchia ed Israele che hanno interessi opposti, con la prima che da diversi anni ha in corso un’operazione di allargamento della sua sfera di influenza nel Levante del Mediterraneo e nelle aree limitrofe.
Più sfumata è la posizione egiziana che, peraltro, deve gestire la pressione sempre più forte dei profughi palestinesi ai valichi di frontiera con la Striscia di Gaza e nella Penisola del Sinai che è stata pesantemente militarizzata, nonostante le clausole del Trattato di Pace di senso nettamente opposto.
Dal ottobre 2023 il Presidente El Sisi più volte ha espresso critiche nei confronti del Governo israeliano per la gestione del conflitto con Hamas i cui effetti si riverberano sul Egitto con conseguenze che potrebbero divenire catastrofiche nel caso dell’evacuazione totale della Striscia.
Gli Accordi di Camp David rimangono sullo sfondo ma l’Egitto, alle prese con la pesante crisi economica, non può permettersi “la bomba” sociale costituita dai milioni di Palestinesi che si riversano dalla Striscia nel Paese, mettendo a rischio gli equilibri interni già di loro poco solidi, con gli altri Stati Arabi che, a parole tuonano contro Israele ma nei fatti hanno abbandonato al loro destino gli abitanti della Striscia di Gaza.