La Marina accelera sui droni: Ronda, Sea Raptor e Revolution al centro della svolta

La Marina Militare spinge sui sistemi senza equipaggio come moltiplicatori di forza per sorveglianza, protezione delle infrastrutture critiche e integrazione a bordo delle unità navali. La direttrice è tripla: underwater, surface e air, con il DRASS RONDA per il dominio subacqueo, il Sea Raptor per la proiezione del sensore in superficie ed il Revolution VTOL per una capacità aerea imbarcata leggera nel corto-medio termine.

La Marina Militare, così come spiegato in Commissione Difesa da parte del Capo di Stato Maggiore Ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, ha ormai scelto una rotta precisa: gli unmanned non sono più un complemento marginale della nave moderna, ma una componente crescente della sua capacità operativa perché permettono di estendere la sorveglianza, aumentare la persistenza in area, alleggerire il carico delle piattaforme con equipaggio e presidiare meglio gli spazi più delicati del dominio marittimo.

Il settore underwater

Il primo fronte è quello subacqueo, dove il sistema più vicino a quello descritto dal Capo di Stato Maggiore della Marina sarebbe il DRASS RONDA. Il sistema si colloca nel segmento dei large unmanned underwater vehicle e punta su una logica chiaramente multi-missione: modularità, payload riconfigurabili, interfaccia aperta e impiego in attività come pattugliamento, bottom scanning e mappatura. Il profilo operativo è particolarmente coerente con le nuove esigenze di protezione del fondale, sorveglianza persistente e controllo delle infrastrutture critiche sottomarine.

Sensori Batterie Payload C&C DRASS RONDA LUUV Large Underwater Unmanned Vehicle Sonar frontale Vano payload riconfigurabile Thruster trasversale Propulsore principale Vela C&C 100 m Profondità operativa +200 m Ispezione aree XD Extra Deep in sviluppo Autonomo C&C System X-rudder DRASS © — RONDA LUUV — Multi-Mission Autonomous Underwater Vehicle

Fig. 1 — Schema laterale DRASS RONDA LUUV con componenti principali

Ronda, inoltre, non nasce come piattaforma rigida. Il progetto insiste sulla scalabilità in dimensioni e prestazioni, sulla possibilità di integrare sonar, batterie supplementari, mine neutrali e mini-siluri, e sulla trasformazione del vano interno in payload bay dedicata.

Modularità del payload Config. 1 — Autonomia estesa Batteria estesa Payload ext. Open I/F +300% autonomia stimata Config. 2 — ISR / Sorveglianza Sonar array Optronica + AI Batteria std. Pattugliamento pipeline & cavi Config. 3 — Warfare Mine neutrali Mini-siluri Effettori deterr. Deterrenza subacquea Config. 4 — Carrier Micro-AUV Batteria estesa Micro-AUV ×6 Raccolta dati area estesa Energia Sensori / ISR Effettori offensivi Open Interface

Fig. 2 — Configurazioni modulari del vano payload RONDA LUUV

Nella configurazione LUUV la profondità operativa viene portata immediatamente a 100 metri, mentre le capacità attuali comprendono ispezione fino a 200 metri e pattugliamento di pipeline e cavi. Sullo sfondo c’è già una traiettoria di crescita che guarda a più autonomia, maggior raccolta dati, rilascio di micro-AUV, optronica avanzata e incremento delle capacità di deterrenza.

Da SDV a LUUV — Roadmap upgrade CAPACITÀ ATTUALI UPGRADE PIANIFICATI Batterie al litio certificate Profondità operativa: 100 m Nuove tecnologie: +300% capacità Pressione compensata + vessel avanzati Ispezione aree fino a 200 m Bottom scanning e mappatura Espansione del dominio operativo Versione XD (Extra Deep) in sviluppo Pattugliamento pipeline e cavi Autonomia e navigazione avanzata Deploy di Micro-AUV Range esteso + raccolta dati distribuita Sorveglianza e deterrenza passiva Modulo payload standard Effettori ad alta deterrenza Mine neutrali, mini-siluri Sensori sonar e idrofonici Riconoscimento ostacoli e fondali Sistema optronico + AI videoprocessing Ampliamento portfolio missioni Modulo payload configurabile SDV DS cabine → vano payload Standardizzazione & interoperabilità Suite payload multi-missione

Fig. 3 — Roadmap upgrade: capacità attuali vs sviluppi pianificati

In altre parole, il valore del Ronda non è solo nella singola piattaforma, ma nel tipo di missioni che abilita. Per una Marina che deve sorvegliare cavi, infrastrutture energetiche e fondali sempre più sensibili, un LUUV nazionale di questo tipo significa poter allungare la presenza sott’acqua con costi e rischi inferiori rispetto all’impiego continuo di assetti tradizionali.

La superficie

Il secondo asse è quello di superficie, dove prende forma il profilo del Sea Raptor 30. Si tratta di un drone marino pensato per missioni di sorveglianza, intelligence e pattugliamento costiero o d’altura, capace di operare in modalità manuale, remota o autonoma. Il sistema integra sensori radar, ottici e infrarossi per rilevare e classificare imbarcazioni, segnali e attività nell’area di interesse, restituendo un quadro in tempo reale della situazione e mantenendo collegamenti sicuri verso centri di comando terrestri, navali o aerei grazie alle architetture LOS, BLOS e SATCOM.

Anche le dimensioni e le prestazioni spiegano bene il suo interesse in ambito navale: 8,53 metri di lunghezza, 2,57 metri di baglio, 0,95 di pescaggio, 1.952 kg di dislocamento, motore Mercury Diesel da 270 hp, velocità massima di 50 nodi e crociera a 30 nodi. È il tipo di mezzo che può essere imbarcato e utilizzato come estensione avanzata del sensore della nave madre, spingendo in avanti sorveglianza, identificazione e raccolta dati senza esporre direttamente la piattaforma con equipaggio.

Il dominio dell’aria

Se Ronda presidia il sotto-superficie e Sea Raptor allunga la vista e la presenza sulla superficie, il capitolo aereo va letto su due binari distinti. Il primo è quello del Bayraktar TB3, che resta nel filone delle prove e della sperimentazione. Il riferimento è a un sistema più complesso, legato all’asse Baykar-Leonardo, integrabile a bordo delle unità e adatto sia alla sorveglianza sia, potenzialmente, a un impiego armato. Qui il punto non è ancora l’immissione in linea piena, ma la validazione operativa di una capacità più ambiziosa e più pesante.

Diverso è il discorso per il Revolution VTOL di General Defence, che si colloca in una categoria più leggera e immediatamente spendibile sul piano operativo. Il sistema è un elettrico ad ala fissa con decollo e atterraggio verticale, pensato per missioni automatiche e ISR tattica. Le specifiche parlano di apertura alare di 3 metri, passo multirotore di 1,65 metri, peso senza payload di 15,8 kg con sei batterie, carico utile da 1 a 10 kg, peso massimo al decollo di 25,8 kg, autonomia fino a 4 ore e distanza dal ground control station fino a 150 km, per 410 km complessivi indicati.

Revolution è configurato con payload A40TR Pro e tracking board, camera EO Full HD, zoom ottico 40x, zoom digitale 32x, geotagging, stabilizzazione e componente IR termica. È quindi un sistema coerente con missioni di sorveglianza, riconoscimento e supporto tattico, più vicino a una capacità rapidamente acquisibile e integrabile rispetto a un drone più pesante e complesso come il TB3.

C’è poi un ulteriore elemento che aiuta a capire dove stia andando la Marina: alcune soluzioni leggere sono già state introdotte a bordo per allungare la sorveglianza delle unità navali, e in almeno un caso è prevista la possibilità di rilasciare un piccolo drone che diventa di fatto una munizione vagante. È un passaggio molto rilevante, perché segnala che il discorso unmanned non si ferma alla ricognizione ma entra anche nel terreno degli effettori distribuiti e del combattimento navale più stratificato.

Il quadro che emerge è quindi molto chiaro. Sotto il mare, la Marina punta su un LUUV nazionale come Ronda per ISR, pattugliamento e protezione di cavi e pipeline. Sopra il mare, guarda a un USV veloce come Sea Raptor per sorveglianza avanzata e proiezione del sensore oltre l’orizzonte. In aria, mantiene aperto il doppio binario tra il TB3 ancora nel ciclo di prova e il Revolution come possibile sistema più rapido da acquisire e integrare.