Il generale Abdel Fattah al Burhan, leader delle Sudanese Armed Forces (SAF), ha annunciato una profonda riorganizzazione dei vertici militari in un momento cruciale della guerra civile che da oltre un anno contrappone l’esercito regolare alle milizie delle Rapid Support Forces (RSF) guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti.
Un nuovo equilibrio
Il 18 agosto Burhan ha nominato il generale Mutasim Abbas al Tom Ahmed nuovo ispettore generale delle SAF, incarico vacante dal 2023, anno in cui il precedente titolare era stato catturato e ucciso dalle RSF. Contestualmente, il capo di stato maggiore ha promosso e pensionato numerosi ufficiali di alto rango, tra cui il comandante dell’Aeronautica Al Tahir Mohamed Al Awad al Amin, già sanzionato dall’Unione Europea per bombardamenti indiscriminati su aree civili. Sono stati nominati un nuovo capo dell’Aeronautica e un nuovo responsabile della difesa aerea.
Diversi generali in uscita avevano legami storici con movimenti islamisti, in particolare con il National Congress Party (NCP) dell’ex dittatore Omar al Bashir e con le milizie a esso associate. Nonostante lo scioglimento formale del NCP dopo la rivoluzione del 2019, i suoi affiliati hanno riacquistato peso durante il conflitto, contribuendo alla difesa di Khartoum contro gli assedi delle RSF.
Il ruolo delle milizie islamiste
Un decreto separato emesso il 17 agosto ha posto sotto il comando diretto di Burhan tutte le altre forze che combattono al fianco dell’esercito: ex ribelli del Darfur, brigate islamiste, milizie tribali e civili armati. Tra queste spicca la brigata Al Baraa Bin Malik, che secondo fonti locali conterebbe circa 20.000 combattenti.
La decisione riflette la crescente dipendenza dell’esercito da forze con un marcato orientamento islamista, una tendenza che suscita preoccupazioni sia in Occidente sia tra i partner regionali, timorosi di un ritorno dell’influenza islamista nella politica sudanese. Burhan, tuttavia, intende mantenere l’appoggio di queste formazioni, pur cercando di prevenirne l’autonomia come centri di potere alternativi.
La sfida del governo parallelo
Sul fronte opposto, il 26 luglio le RSF hanno annunciato la formazione di un “Governo di pace e unità” nei territori da esse controllati, prevalentemente nel Sudan occidentale. Hemedti ha assunto la guida di un consiglio presidenziale di 15 membri, mentre l’ex negoziatore Mohamed Hassan al Taishi è stato nominato primo ministro.
La mossa, preparata fin da aprile e formalizzata in luglio, è stata respinta con fermezza dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che l’ha definita una minaccia diretta all’integrità territoriale del Sudan. Anche il governo sostenuto dalle SAF a Khartoum l’ha bollata come illegittima, con il ministro degli Esteri Ali Youssef che ha definito le RSF una “milizia terroristica”.
Dialogo con gli Stati Uniti
In parallelo alle manovre interne, Burhan ha incontrato il 15 agosto a Ginevra l’inviato speciale americano Massad Boulos, senior advisor per l’Africa. Il colloquio si è concentrato su un possibile cessate il fuoco e sull’apertura di corridoi umanitari, dopo le accuse rivolte alle RSF di aver colpito civili e campi profughi nel Darfur settentrionale. Washington ha ribadito le sanzioni nei confronti di Hemedti e della sua milizia.