Classe Trump: la “corazzata missilistica” da 35.000 tonnellate tra ipersonico, laser e railgun per la Golden Fleet

L’annuncio della Casa Bianca e della US Navy sulla nascita della nuova classe “Trump-class”, inserita nella cornice della “Golden Fleet”, segna un cambio di registro che mescola comunicazione strategica, rilancio industriale e un ritorno, almeno nel naming e nell’immaginario, alla logica della “battleship”.

La prima unità indicata è la future USS Defiant (BBG-1), presentata come “guided missile battleship” e piattaforma di massima potenza di fuoco per la flotta del prossimo decennio.

Dimensioni, ruolo e concetto operativo

Nella narrativa ufficiale, la Defiant dovrebbe funzionare da nodo centrale per missioni di power projection, strike offensivo e Integrated Air and Missile Defense, con la possibilità di operare in Carrier Strike Group oppure di guidare un proprio Surface Action Group, oltre a “quarterbackare” assetti anche unmanned grazie a capacità C2 avanzate.

È un’impostazione che richiama l’idea di una piattaforma “magazine ship” ad alto volume di munizionamento, pensata per sostenere campagne di lunga durata e per offrire profondità di ingaggio (difesa e offesa) in teatri ad alta densità di minacce.

Sul piano dimensionale, i materiali informativi della Golden Fleet indicano un dislocamento >35.000 tonnellate, con lunghezza di circa 265 metri , velocità dichiarata 30+ nodi e un equipaggio nell’ordine di 650–850 militari: numeri che collocano il progetto tra i grandi combattenti di superficie, con una scommessa implicita su automazione e riduzione equipaggio rispetto ai “grandi scafi” del passato.

Il Presidente Trump ha inoltre affermato che sarà abbandonato l’uso dell’alluminio per fare totalmente spazio al ferro. Seppur più costosa da realizzare, il Presidente Trump ha assicurato che l’uso del ferro consentirà alla nave di ottenere caratteristiche di resistenza non ottenibili con l’alluminio.

Architettura d’arma: ipersonico, nucleare, VLS e difesa multistrato

Le specifiche pubblicate sul sito Golden Fleet descrivono una batteria principale costruita attorno a tre elementi: SLCM-N (Surface Launch Cruise Missile-Nuclear), 12 celle CPS per strike ipersonico (Conventional Prompt Strike) e 128 celle Mk 41 VLS. È un punto importante perché, nel dibattito online, circolano anche ricostruzioni che parlano di “tre lanciatori da 64 celle” (192 celle), ma la grafica ufficiale ad oggi riporta 128 celle Mk41 e 12 CPS. I rendering ufficiali pubblicati non fugano i dubbi dato che diversi elementi potrebbero non essere in scala.

La batteria “secondaria” include un railgun da 32 MJ con HVP e due cannoni da 5” con HVP (coerenti con l’impiego di Mark 45 da 127/62, come indicato anche nei rendering), oltre a laser in configurazioni che arrivano a 2×300 kW o 2×600 kW. La difesa ravvicinata è descritta con 2 lanciatori RAM, 4 cannoni da 30 mm, 4 ODIN laser e 2 sistemi Counter-UxS, a sottolineare l’attenzione su droni e minacce “attritable” a basso costo, dove conta soprattutto l’“exchange ratio”. Sul versante sensori ed EW, i rendering Golden Fleet indicano un radar SPY-6 AMDR (con dicitura “RMA”, 4 facce) e una suite SEWIP Block III (indicata “4 faces”), coerente con l’ambizione di combinare difesa aerea/missilistica e capacità di guerra elettronica “attiva” su un grande scafo.

Il nodo railgun e la maturità delle tecnologie

Il punto più delicato, al netto della comunicazione politica, resta la maturità reale del pacchetto tecnologico. L’idea di reintrodurre un railgun su una piattaforma operativa implica non solo una soluzione “weapon”, ma soprattutto una filiera industriale e logistica per munizionamento, manutenzione e gestione dell’energia/potenza, oltre alla coerenza dottrinale: in passato i programmi railgun hanno incontrato limiti tecnici e di sostenibilità, e oggi la stessa scelta appare come un “salto” che richiede prove, integrazione e tempi lunghi. Anche per i laser ad alta potenza, la distanza tra dimostratore e impiego sistematico su grande unità è fatta di raffreddamento, generazione elettrica, affidabilità in ambiente marino e gestione del ciclo di vita. A questo si somma la dimensione più controversa: la citazione di missili da crociera nucleari (SLCM-N) su un grande combattente di superficie, elemento ripreso anche da fonti stampa e che inevitabilmente apre discussioni politiche, dottrinali e di signaling strategico.

Fattibilità industriale, tempi e costo-opportunità

Sul piano industriale e di programmazione, l’annuncio arriva mentre la US Navy tenta di ricalibrare il proprio portafoglio acquisizioni e di aumentare la producibilità del “mix” di piattaforme. Nella stessa cornice Golden Fleet, la Marina USA ribadisce che DDG-51 resterà il “workhorse” e che verrà sviluppato un nuovo filone di fregate/combattenti più producibili; Breaking Defense collega esplicitamente la “battleship” a un concetto più ampio fatto anche di unità minori e unmanned.

Resta però l’ovvio tema del costo: analisti e stampa statunitense hanno già iniziato a citare ordini di grandezza molto elevati per unità e a porre la questione del costo-opportunità rispetto a sottomarini, cacciatorpediniere, munizioni e capacità “distributive” (molti lanciatori su più scafi). In parallelo, è verosimile che la costruzione si concentri su pochissimi prime contractor/shipyard capaci di gestire un grande scafo militare complesso.

Valutazione: “arsenal ship” del XXI secolo o manifesto politico-industriale?

Letta in chiave operativa, la Trump-class sembra voler essere un ibrido tra arsenal ship, piattaforma C2 e grande “difensore” di area con enorme profondità di magazzino missilistico, capace di reggere stress prolungati in scenari saturi di attacchi (missili, UxS, droni). Ma la sua logica si scontra con due realtà: la vulnerabilità intrinseca di un grande target in guerra ad alta intensità e la complessità di portare a maturità, nello stesso scafo, railgun, laser ad alta potenza, EW avanzata e un mix di munizionamento che include anche opzioni nucleari. Il risultato, ad oggi, è un progetto che vale soprattutto come segnale: agli avversari, all’industria, al Congresso e alla base elettorale, più che come programma già “chiuso” dal punto di vista tecnico.

L’abbandono del programma Constellation per riprendere quella filosofia alla base della classe Zumwalt espone al rischio di una esplosione incontrollata dei costi derivata sopratutto da quelle tecnologie in corso di sviluppo ed i cui programmi di R&D non hanno dimostrato una così elevata efficienza.