Oggi, il Presidente Donald Trump ha rilasciato dichiarazioni di non escludere di inviare truppe statunitensi in Iran, minacciando una nuova “grande ondata” di attacchi nell’ambito dell’operazione “Epic Fury” lanciata con Israele.

Nonostante la sua lunga opposizione all’intervento militare degli Stati Uniti in Medio Oriente, la presidenza statunitense ha avviato una guerra su larga scala contro l’Iran con attacchi aerei e missilistici già in corso dallo scorso sabato.
Ora il Presidente Trump ha affermato di non avere paura di mettere gli “stivali sul terreno“, suggerendo che truppe di terra potrebbero rendersi necessarie; ha detto inoltre che la grande ondata di attacchi non è ancora iniziata e che le forze statunitensi ed israeliane hanno già colpito centinaia di obiettivi in Iran, eliminandoli in anticipo sui tempi previsti.
Nel conflitto, peraltro è iniziato il conteggio delle perdite statunitensi; sono stati confermati quattro militari uccisi nel corso degli attacchi missilistici lanciati dagli iraniani e tre velivoli F-15E Strike Eagle sono stati abbattuti dal fuoco amico della contraerea kuwaitiana nel corso di una sola azione, a causa di una serie di fattori concomitanti
La reazione dell’Iran che ha risposto lanciando numerosi missili contro Israele e basi statunitensi nella regione, oltre che nei confronti dei Paesi arabi che le ospitano, ha lasciato sorpreso Trump che si aspettava evidentemente un minor grado di reattività.
Nel corso di queste dichiarazioni rese durante una cerimonia alla Casa Bianca, il Presidente Trump ha spiegato che gli Stati Uniti potrebbero sostenere l’attacco oltre il mese programmato inizialmente, il che implica problemi di natura logistica e di rotazione dei velivoli, navi e batterie antimissile. oltre del personale, attualmente schierati in Medio Oriente.
Da parte sua il Segretario alla Guerra (già Difesa) Pete Hegseth ha confermato che non sono attualmente presenti truppe in Iran, ma anche lui non ha voluto escludere questa possibilità.
Il Segretario Hegseth ha dichiarato che quello in corso sarà un conflitto molto diverso da quello sostenuto in Iraq e non è in programma un cambio di regime, come avvenne con quello di Saddam Hussein con conseguenze che ancora si riverberano sui fragili assetti mediorientali.