“Runways will be targets“. È questa la premessa che guida il progetto X-BAT di ShieldAI presentato durante l’International Fighter Conference 2025 organizzata da DefenceIQ: in un contesto dove le infrastrutture fisse sono facilmente identificabili e attaccabili, avere un velivolo eccellente non basta se rimane immobile a terra.
La proposta dell’azienda statunitense è semplice e riprende alcuni progetti che avevano “spopolato” fino agli anni 60′: progettare un aereo pensato fin dall’origine per il decollo e l’atterraggio verticale, per la mobilità su strada e per essere dispiegato in modo distribuito e rapido, lontano dalle piste convenzionali.
X-BAT nasce come piattaforma expeditionary e la coniuga con un sistema completamente autonomo. L’idea chiave è che se un velivolo può prendere il volo e ritornare senza dipendere da basi fisse, allora la sua finestra di vulnerabilità si riduce drasticamente.
Lo X-BAT è concepito dunque come un velivolo da combattimento autonomo capace di coniugare prestazioni elevate e ingombri ridotti. Può sostenere carichi di manovra superiori a 4 g, raggiungere una quota massima di oltre 50.000 ft e coprire più di 3.700 km a pieno carico. L’apertura alare è di circa 11,9 metri, mentre la fusoliera misura 7,9 metri di lunghezza per 1,5 metri di altezza. Nella configurazione con le ali ripiegate, l’ingombro complessivo è di circa 12,2 × 4,3 × 1,8 metri, dimensioni che ne consentono il trasporto su strada, l’imbarco su unità navali di media taglia e la rapida rimessa in servizio in scenari expeditionary.
Il lancio/recupero

Dal punto di vista tecnico, X-BAT adotta un’architettura “tail-sitter” con un motore montato lungo l’asse centrale: niente lift-fan complessi o rotori basculanti, ma una soluzione più semplice e leggera che lascia più spazio a carburante e payload utile.
In pratica, grazie a tattiche “shoot-and-scoop” e a sistemi di lancio/recupero mobili, è possibile lanciare sortite, tornare e riposizionarsi prima che l’avversario abbia il tempo di centrarti con fuoco di precisione o di lanciare un attacco aereo. Il risultato è una densità operativa maggiore: meno tempo di transito, più sortite, più resilienza.
Il decollo e l’atterraggio avvengono su un Launch and Recovery Vehicle che integra protezioni contro getti e detriti, consentendo operazioni da superfici diverse, da terreni semi-preparati alle piattaforme navali, anche in condizioni difficili o in ambienti dove il GPS è degradato o assente.

L’applicazione navale è forse l’aspetto più dirompente: un velivolo con ingombri molto inferiori rispetto a un F-35B e autonomia stimata nell’ordine di 2.000 miglia nautiche a pieno carico permette di imbarcare decine di esemplari anche su navi di dimensioni medie, trasformando unità non dedicate in nodi di proiezione aerea (militati ma anche civili come una nave porta-container) oppure di espandere notevolmente il numero di piattaforme a disposizione su unità maggiori.
Secondo ShieldAI, unità come le portaerei della classe Queen Elizabeth possono trasportare fino a 80 X-BAT ciascuna.
Questo ridisegna il concetto tradizionale di portaerei, offrendo a nazioni che non possono permettersi superportaerei la possibilità di ottenere capacità di controllo marittimo e proiezione di potenza a lungo raggio.
Il propulsore e il sistema vettoriale

L’apparato propulsivo farà affidamento sul collaudato motore General Electric F110, lo stesso montato su F-14,F-15,F-16 su cui però il team di ShieldAI ha apportato alcune modifiche necessarie a ottimizzarlo per l’X-BAT. Il livello “minimo” a cui poter portare il motore è stato abbassato rispetto alle applicazioni con pilota e quindi necessità di pressurizzazione mentre il nozzle, vettoriale, è stato derivato dal programma F-16 VISTA (Variable Stability In-flight Simulator Test Aircraft) di inizio anni 90′.
Queste modifiche permettono al drone di passare dal volo livellato al volo “verticale” per prepararsi all’atterraggio eseguendo “metà” della famosa manovra del Cobra di Pugačëv cioè al raggiungimento di angolo d’attacco di circa 90° gradi.
Autonomia decisionale, fino ad un certo punto
X-BAT non è solo struttura ma è una piattaforma multiruolo pensata per lanciare armamenti aria-aria e aria-superficie, oltre a payload di guerra elettronica ad alta potenza. L’aggiunta di autonomia avanzata, sviluppata e testata in scenari complessi e GPS-denied, permette operazioni anche con comunicazioni intermittenti, mantenendo la possibilità di aggiornamenti software rapidi per adeguare il sistema alle dinamiche del campo di battaglia.
ShieldAI sottolinea che l’autonomia non è un “agente fuori controllo”: il sistema opera entro limiti e regole d’ingaggio programmabili, e può essere modulato in funzione del livello di intervento umano richiesto.
Il percorso di sviluppo è accelerato con un approccio “hardware-rich”: numerosi prototipi per evitare l’accavallassi del programma di sviluppo e test (galleria del vento, analisi RCS, prove propulsive e strutturali) per abbassare i rischi e accorciare i tempi di maturazione.
Il programma

ShieldAI indica la roadmap con primi voli previsti per la metà/fine del 2026 e produzione intorno al 2029, tempistiche ambiziose ma supportate da una strategia di mitigazione dei rischi e da una forte integrazione software-hardware.
L’obiettivo della società è quello di mantenere il costo del velivolo in linea con gli altri velivoli “gregari” da combattimento (CCA) in acquisizione da parte dell’USAF e di raggiungere un costo operativo che sia 10 volte inferiore a quello dell’F-35.
Infine, la filosofia industriale ha una chiara vocazione internazionale: la piattaforma è pensata come un sistema aperto su cui le singole nazioni possono integrare i propri sistemi di missione, sensori e regole d’ingaggio, mantenendo sovranità sulle capacità critiche. Questo approccio modulare, insieme all’esperienza operativa messa a punto in teatri reali, è al centro della scommessa di ShieldAI: fornire uno strumento che non solo amplia le opzioni tattiche, ma cambia il modo in cui si pensa il posizionamento e la sopravvivenza degli assetti aerei nel XXI secolo.
Immagini: ShieldAI