Nel panorama europeo della difesa, il programma FCAS (Future Combat Air System) rappresenta una ambiziosa scommessa sulla supremazia aerea del futuro. Una partnership strategica che coinvolge Francia, Germania e Spagna, e che punta a sviluppare entro il 2040 un sistema d’arma integrato di sesta generazione, con al centro un nuovo caccia stealth, il New Generation Fighter (NGF). Ma dietro l’apparente coesione tra Stati membri si nasconde una realtà ben più sbilanciata.
Secondo quanto pubblicato da Hartpunkt, la Francia – tramite Dassault Aviation – vorrebbe controllare circa l’80% del lavoro industriale sul caccia stesso e l’Eliseo sarebbe pronto a sostenere politicamente questa richiesta nei confronti della Germania. Una percentuale schiacciante, che lascia alle controparti tedesche e spagnole solo ruoli marginali. Per Berlino e Madrid, che pure figurano tra i finanziatori principali del programma, si tratta di una doccia fredda: l’illusione di una leadership condivisa sembra ormai superata dai fatti, almeno per ora.
Dassault al comando
Questa non è certo una sorpresa assoluta. Il CEO di Dassault, Éric Trappier, da tempo rivendica un ruolo guida per la propria azienda, forte della lunga esperienza nella progettazione di velivoli da combattimento. Trappier ha infatti affermato che la Dassault potrebbe sviluppare il nuovo caccia in completa autonomia, senza il supporto esterno di nessuno.
Per la Francia, il New Generation Fighter non è solo un aereo: è l’erede politico e militare del Rafale, e sarà probabilmente chiamato a garantire anche la capacità di deterrenza nucleare della Force de Frappe nonché a continuare una lunga tradizione di export dei velivoli d’attacco multi-ruolo francesi nel mondo.
È in questo contesto che si inserisce la pretesa di Dassault di mantenere il controllo su tutte le componenti critiche del NGF: disegno aerodinamico, architettura di missione, sistemi di volo e sensoristica. Tutti tasselli essenziali nello sviluppo di un velivolo di Sesta Generazione, e tutti in mani francesi.
La Germania si interroga
La Germania, rappresentata principalmente da Airbus Defence and Space, osserva con crescente irritazione questa dinamica.
Sempre secondo quanto riportato da Hartpunkt, Christoph Schmid, deputato della SPD e relatore per l’aeronautica e il programma FCAS presso la commissione Difesa del Bundestag, ha confermato di essere da tempo a conoscenza, tramite ambienti industriali, delle pressioni di Dassault per ottenere una quota maggioritaria del lavoro sul caccia.
Schmid non usa mezzi termini: se Parigi dovesse davvero formalizzare la richiesta di una quota dell’80% e non facesse marcia indietro, per lui si tratterebbe della “campana a morto” per il progetto congiunto.
“Una simile proposta è inaccettabile,” ha dichiarato in un’intervista a Hartpunkt, sottolineando che accettare un simile squilibrio significherebbe rinunciare a sovranità, indipendenza e – in sostanza – finanziare un caccia francese con fondi tedeschi.
Il paragone con il programma Eurofighter è impietoso: in quel caso, la Germania ha un ruolo di primo piano accanto al Regno Unito, Italia e Spagna. Con il FCAS, invece, rischia di retrocedere ad un livello inferiore arrivando ad essere semplicemente passiva rispetto alle scelte dell’Eliseo.
La partita dei droni

C’è un’area, tuttavia, in cui Airbus cerca di ritagliarsi un ruolo più centrale: lo sviluppo dei “remote carriers” o “loyal wingman”, ossia droni da combattimento che accompagneranno il NGF in missione. In questa nicchia, il gruppo tedesco sta cercando di imporsi come riferimento europeo. Ma anche qui il confronto con Dassault non è semplice: la Francia è già attiva nello sviluppo di velivoli autonomi con caratteristiche stealth, e non ha intenzione di cedere troppo terreno.
Inoltre, la perdita di ripartizione del lavoro nell’NGF è difficile che possa essere semplicemente recuperata con lo sviluppo della componente “unmanned” del programma sia in termini di tecnologie che di forza lavoro.
Differenze strategiche
A complicare ulteriormente il quadro, ci sono divergenze politiche e strategiche di fondo. La Francia, ad esempio, considera fondamentale l’indipendenza tecnologica ed è decisa a mantenere un sistema d’arma che possa operare in piena autonomia, anche dal punto di vista della deterrenza nucleare. La Germania, invece, appare più disponibile a integrare componenti statunitensi, tanto nell’elettronica quanto nella condivisione di informazioni cercando un equilibrio tra Europa e NATO.
Futuro incerto?
Il rischio, a questo punto, è che il FCAS si trasformi in una versione aggiornata del Rafale, con un’etichetta europea ma un cuore tutto francese. Per la Germania e la Spagna, la scelta si fa delicata: accettare un ruolo marginale, oppure mettere in discussione l’intero impianto del programma, magari guardando con rinnovato interesse all’altro grande progetto europeo, il Tempest guidato da Regno Unito, Italia e Giappone.
Il Tempest?

L’operazione di politica industriale e militare dietro al Tempest ha permesso infatti la creazione di determinate strutture in grado di mantenere in equilibrio tutte e tre le nazioni coinvolte con le rispettive aziende capofila (Italia-Leonardo, Regno Unito-BAE Systems e Giappone-Mitsubishi).
Una ripartizione del lavoro, della condivisione delle tecnologie, della produzione di molti altri elementi che sono stati posti immediatamente sul tavolo delle trattative per la creazione della GIGO (GCAP International Government Organisation) e della Joint Venture Edgewing tra le aziende citate prima, le due realtà che porteranno avanti lo sviluppo del programma.
Questo chiaramente non vuole dire che non ci potranno mai essere motivi di discussione tra i vari partner coinvolti nello sviluppo del Tempest, come avviene nell’FCAS, ma sicuramente sono stati predisposti gli strumenti per affrontare e superare i problemi senza mettere in discussione però alcuni punti chiave del programma che sono stati già indicati dalle nazioni partner come “fondamentali” come la condivisione delle tecnologie, l’uso e l’attribuzione dei brevetti,etc.