La posizione italiana sul piano “ReArm Europe”

Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha reso al Senato della Repubblica, le Comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 20-21 marzo.

Tra i temi trattati nelle comunicazioni il Presidente del Consiglio si è ampiamente soffermato sul tema della difesa e della posizione italiana sul piano “ReArm Europe” e sulle proposte in merito che saranno presentate al prossimo Consiglio Europeo.

Lo scorso 6 marzo si è tenuto un Consiglio informale sulla Difesa, in cui si è discusso del piano “ReArm Europe” proposto dalla Presidente von der Leyen. L’Italia ha sollevato obiezioni sul nome del piano, ritenendo che sia fuorviante.

Si è evidenziata, infatti, la necessità di rafforzare le capacità di difesa europee, non solo attraverso l’acquisto di armamenti, ma anche attraverso la produzione interna migliorando la competitività delle aziende europee.

La sicurezza secondo il Governo Italiano non può limitarsi al rafforzamento degli arsenali, ma deve considerare una vasta gamma di aspetti come la difesa delle frontiere, la lotta al terrorismo, la cyber security e la protezione delle infrastrutture.

Per questi motivi l’Italia ha proposto di cambiare il nome del piano in “Defend Europe” per sottolinearne l’approccio complessivo alla difesa.

Inoltre, il Presidente del Consiglio al Senato ha ribadito che i costi del piano, stimati in 800 miliardi di euro, non sarebbero coperti con riduzioni di altre spese né con nuove risorse europee.

Il Piano “ReArm Europe” prevede fino a 800 miliardi di euro di cui 150 miliardi dovrebbe corrispondere a prestiti su base volontaria che gli Stati Membri possono contrarre, se reputano opportuno farlo, che sarebbero garantiti dall’Unione Europea.

Gli altri 650 miliardi di euro sarebbero generati da un incremento del indebitamento nazionale se ciascuno Stato Membro dell’Unione Europea dovesse decidere di ricorrere al deficit aggiuntivo per massimo l’1,5%, al di fuori del vincolo della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità e crescita.

Peraltro, l’Italia non intende destinarne al incremento delle spese per la Difesa alcuna parte dei fondi di coesione. Sono state suggerite soluzioni alternative da parte del Ministro delle Economia e Finanze per affrontare la questione, come l’utilizzo di garanzie pubbliche europee integrate con sistemi nazionali, sul modello di quello oggi in uso per il programma “InvestEU”, misura che servirebbe a mobilitare in modo efficace i capitali privati e rilanciare gli investimenti nel settore della difesa, mossa che permetterebbe di stimolare l’economia.

In questo quadro, l’Italia sostiene la costruzione di un solido pilastro europeo della NATO e lavora per assicurare al Paese una difesa forte ed autonoma, impegnandosi a contribuire ad un piano di sviluppo europeo senza compromettere peraltro la stabilità finanziaria nazionale.

Il Governo Italiano vuole perseguire una politica economica espansiva che non comprometta le altre voci di spese pubbliche, destinando risorse agli investimenti in sicurezza, ricerca, infrastrutture strategiche e nuove tecnologie.

Questo approccio avrà un impatto positivo sull’occupazione e sulla crescita economica, mantenendo l’equilibrio dei conti pubblici, considerato lo stato positivo attuale dell’economia italiana.

Secondo il Presidente del Consiglio l’aumento della spesa per la sicurezza non deve implicare tagli in altri settori come l’istruzione, le infrastrutture ed il welfare. I problemi di finanziamento della sanità e del welfare non derivano dalle spese per la difesa, ma da un uso inefficiente delle risorse.

Infine, il premier ha sottolineato che proteggere la nazione ha un costo e la libertà non può essere presa per scontata e chi critica la spesa per la difesa e, al tempo stesso, lamenta l’ingerenza straniera si trova in una situazione paradossale; si deve scegliere tra affidare la sicurezza ad altri od impegnarsi a difendersi e gestire le proprie scelte.