“Le tecnologie che oggi hanno più impatto sulla sicurezza non sono necessariamente le più visibili”. È da questa affermazione che Alessandra Astolfi, Global Exhibition Director della divisione Green & Technology di Italian Exhibition Group, costruisce una lettura lucida dell’evoluzione in atto tra spazio, sicurezza e industria.

Il riferimento è immediato all’osservazione della Terra: “Lo stesso dato, lo stesso satellite, può servire contemporaneamente al monitoraggio ambientale, alla protezione delle coste e alla gestione delle emergenze”. Ma il passaggio chiave è un altro: “Il dual-use è diventato strutturale, non è più un’eccezione o una nicchia”.
Una trasformazione che ridefinisce anche il concetto di sicurezza. “Il perimetro si è allargato”, spiega Astolfi, “oggi parliamo di resilienza delle infrastrutture, continuità operativa, gestione delle crisi. E la filiera spaziale ci è entrata dentro in modo naturale”.
Lo spazio come fornitore di capacità
Il cambiamento più profondo, tuttavia, riguarda il modello industriale, in particolare per le PMI.
“Cambia la logica di accesso”, sottolinea Astolfi. “Una PMI che fino a pochi anni fa lavorava come fornitore di secondo livello oggi può integrarsi direttamente con capacità spaziali”.
Il salto non è solo tecnologico, ma strategico: “Un’azienda che monitora infrastrutture critiche può aggiungere una componente di osservazione dall’orbita che prima era fuori portata, sia tecnicamente che economicamente”.
Il punto di svolta è sintetizzato in una frase: “Lo spazio sta diventando un fornitore di capacità, non solo di tecnologie”.
Modellare il sistema
Se le competenze ci sono, il nodo si sposta sul piano finanziario e strategico. “Il settore aerospaziale italiano ha un tessuto industriale solido”, ricorda Astolfi, citando oltre 200 PMI, più di 12.300 addetti e un fatturato superiore a 1,1 miliardi di euro nel 2023. “La competenza tecnica c’è”. Eppure, qualcosa non funziona: “Il mercato oggi chiede la capacità di raccontarsi in modo convincente a chi investe, e qui la distanza si sente”.
Il tema è l’accesso al capitale: “Gli investimenti privati stanno crescendo a ritmi sostenuti, ma chi investe cerca scalabilità, chiarezza del modello, integrazione su più applicazioni”.
Il risultato è una frizione sistemica: “Una PMI che eccelle su un componente specifico ma non riesce a costruire un discorso più ampio sul proprio ruolo nella filiera, fa fatica a intercettare quel capitale”. La sintesi è netta: “Non è un problema di merito, è un problema di sistema”.
BEX: “Non è un convegno, è un luogo dove si fa business”

È proprio per colmare questo divario che nasce BEX 2026, in programma a Rimini dal 23 al 25 settembre 2026.
“Il mercato spaziale e quello della sicurezza si stavano sovrapponendo sempre di più” spiega Astolfi “ma senza un luogo fisico dove i due ecosistemi potessero lavorare insieme in modo strutturato. Il 60% dei partecipanti viene dalla filiera spaziale, il 40% dai settori terrestri”.
Ma soprattutto: “Non è un convegno: è un posto dove si fa business concreto, si costruiscono partnership, si aprono filiere”.
Il bisogno era evidente: “Le aziende spaziali hanno capacità che potrebbero servire ad altri settori, ma non hanno il canale per raggiungerli. Dall’altra parte, energia, logistica e sicurezza non sanno come accedere a quelle tecnologie”.
“Se non lo facciamo noi, lo faranno altri”
Il quadro si chiude con una valutazione strategica sull’Italia.
“L’economia spaziale globale vale oggi circa 630 miliardi di dollari e potrebbe arrivare a 1.800 miliardi entro il 2035” ricorda Astolfi. “L’Italia parte da una posizione di vantaggio”. Competenze, sistemi satellitari e investimenti pubblici con oltre 7,5 miliardi in tre anni rappresentano una base solida. Ma non basta. La sfida non è sull’upstream, lì l’Italia c’è” chiarisce. “È sulla capacità di integrare la filiera spaziale con la domanda industriale”.
Il rischio è concreto: “Se il sistema non riesce a trasformare questi vantaggi in posizionamento competitivo, si erodono rapidamente”.
E la conclusione è forse la più significativa: “Quella contaminazione, se non la costruisci in modo intenzionale, non avviene da sola. Se non lo facciamo noi, lo faranno altri”.