Capacità di Proiezione dello Strumento Militare Italiano

Nel Atto di Indirizzo del Ministero della Difesa, tra le diverse esigenze da potenziare e completare è indicata la capacità di proiezione dello Strumento Militare che, in Italia è un concetto nato attorno alla metà degli anni Ottanta e che ebbe una prima realizzazione pratica nella Forza d’Intervento Rapido (FIR).

Si legge, infatti che si perseguirà una strategia di sviluppo capacitivo finalizzata a potenziare i settori trasversali tra cui la” capacità di proiezione dello Strumento militare, al fine di essere in grado di rischierare assetti in tempi rapidi e a grandi distanze, da conseguire anche attraverso il potenziamento delle capacità aviolancistiche e aviotrasportate, il pieno raggiungimento della Capacità Nazionale di Proiezione dal Mare (CNPM), attraverso il potenziamento della capacità anfibia e il rinnovamento e potenziamento della capacità di rifornimento e STRATEVAC e l’implementazione di una capacità di Trasporto Aereo Strategico“.

Sono passati oltre trent’anni dalla genesi della FIR ma i concetti che ne furono alla base rimangono gli stessi almeno tendenzialmente.

Il decennio Ottanta-Novanta fu caratterizzato da un’alta instabilità nel bacino del Mediterraneo con continue crisi che sfociarono in scontri aperti come quelli che videro Stati Uniti e Libia passare dalle parole ai fatti, problemi che interessarono anche l’Italia (il lancio dei missili balistici a corto raggio Scud e la risposta militare italiana con l’Operazione Girasole).

Pertanto, in seno allo Stato Maggiore Difesa sorse l’esigenza di mettere a punto uno strumento di proiezione di potenza, rapido e, soprattutto, interforze, perché si era consapevoli che il Meridione e le isole maggiori (ma anche quelli minori) potevano essere oggetto di eventuali colpi di mano ostili che avrebbero comportato gravi imbarazzi nonché problemi.

Inoltre, la Politica dell’epoca, fino alla fine degli Anni Settanta piuttosto restia a mandare uomini e mezzi fuori dal Paese (eccezione la missione a largo del Vietnam per salvare coloro che abbandonavano il Paese a seguito del crollo della parte “occidentale” del Paese e quella di controllo degli accordi di pace di Camp David tra Egitto ed Israele nel Mar Rosso) aveva preso coscienza dell’importanza di essere presenti nel consesso internazionale, anche partecipando in prima persona a missioni internazionali di pace (Libano 1981) assumendosi il rischio di esporsi anche ad atti ostili.

In questo quadro, i rapporti tra Italia e Nord Africa erano divenuti sempre più caldi e, nonostante gli sforzi per rasserenarli, il pericolo di uno scontro armato da ipotesi di scuola era diventato reale e si poneva la questione della difesa territoriale dei nostri lembi di terra più meridionali nel Canale di Sicilia.

In tutto ciò, a metà degli anni Ottanta, nel Mediterraneo operava in grande spolvero l’Unione Sovietica con il SOVMEDRON, una potente squadra aeronavale e sottomarina che si appoggiava tra Algeria e Siria non disdegnando “visite” in Libia e l’US Navy con la 6a Flotta era ben presente per tenerla a bada e per assicurare la prontezza operativa statunitense all’Amm.ne Reagan che nel nostro bacino mostrò più volte “i muscoli”.

Pertanto, sulla scia di quanto messo in pratica negli Stati Uniti (ovviamente solo i principi ispiratori) ed in Francia (la FAR, Forza d’Azione Rapida che però serviva principalmente a rafforzare il Fronte Tedesco in caso di attacco del Patto di Varsavia), si mise a punto in Italia la FIR.

All’epoca fu un primo tentativo di creare uno strumento di intervento rapido a forte connotazione interforze (una vera “rivoluzione copernicana”) con la Brigata Folgore, l’allora Brigata Motorizzata Friuli dell’Esercito Italiano, il Btg. San Marco e navi della MM, C-130, G222 e caccia bombardieri AM (all’epoca G91R e Y, F-104G/S e Tornado IDS).

Tra l’altro, la Marina Militare aveva in corso la sostituzione delle due vecchie LST Caorle e Grado con le LPD San Marco e San Giorgio, unità che avevano un ponte continuo, garage e bacino allagabile ed in Europa rappresentavano una novità (negli Stati Uniti erano già presenti unità anfibie tuttoponte ma il contesto operativo era ed è completamente diverso).

Come scritto i margini operativi di detta unità erano concentrati principalmente nel intervenire rapidamente nelle isole maggiori e nel meridione del Paese in caso di attacco e, secondariamente, rafforzare i dispositivi NATO e per missioni ONU.

Ovviamente, la FIR di allora scontava tutte le problematiche di FF.AA. piuttosto arretrate sul piano tecnologico ma anche di concezione operativa, fino ad allora pedissequamente legata alla difesa “della soglia di Gorizia” ed al contrasto del SOVMEDRON.

Ma la FIR fu uno scossone importante perché gettò le basi della formazione di una prima vera mentalità interforze, costringendo i vertici della FF.AA. a parlarsi ed a collaborare, abbandonando il proprio orticello ed i risultati si videro pochi anni dopo in occasione degli impegni operativi tra Golfo Persico, Somalia, Balcani dove i nostri dispositivi militari furono chiamati ad agire in contesti totalmente diversi ed ostili rispetto a quelli di “casa”.

La Difesa nelle linee programmatiche, sulla base dell’esperienza maturata in decenni di costante impegno fuori dai confini nazionali e delle emergenze che si sono registrate in questo stesso periodo, pertanto, ribadisce quelle che furono le “visioni strategiche” degli anni Ottanta, ovviamente attualizzandole ed ampliandole.

Già nel precedente Atto di Indirizzo era stato indicato il 2026 come tempistica per mettere a punto una forza di intervento nazionale modulabile, proiettabile, opportunatamente dimensionata e logisticamente autonoma, capace di operare efficacemente nei cinque domini e all’occorrenza integrabile in dispositivi multinazionali con l’obbiettivo di condurre e sostenere autonomamente una Limited-Small Joint Operation Nazionale (L-SJON). Tale L-SJON dovrebbe consentire di dar corso ad operazione interforze ad alta intensità della durata massima di 6-8 mesi, su scala regionale, a difesa del Paese o in supporto ad un Paese terzo o nell’ambito di Coalizione. Interessante è il riferimento alla attivazione della L-SJON a causa ed a seguito di un conflitto e/o instabilità diffusa all’interno del Mediterraneo cd. “allargato” che è divenuto centrale nella programmazione militare italiana nel corso di questi due ultimi decenni.

Oggi, la sfida è dotarsi di una componente da trasporto aereo strategico (gli attuali C-130J e C-27J sono discendenti diretti dei C-130H e G222 dell’epoca della FIR e sono insufficienti a far fronte alle esigenze sia come capacità di carico che come prestazioni), potenziare la linea aviocisterne e costruire nuove LPD da affiancare alla LHD Trieste, completando la Forza di Proiezione dal Mare che passerà necessariamente per l’immissione in servizio dei nuovi veicoli blindati anfibi (VBA) su scafo ACV ed armati con torretta Hitrole di cui i primi 36 esemplari sono in via di acquisizione da parte della Marina Militare.

Allo stato attuale, per un eventuale sostituzione delle due linee tattiche vi sono tre tipi di aereo molto diversi fra loro come caratteristiche; sono il brasiliano KC-390 Millenium, l’A400M Atlas ed il C2 giapponese.

Negli Stati Uniti è stata chiusa la linea di produzione dei C-17 ed attualmente sono in produzione solo i C-130J e versioni derivate ed è partito il programma di ammodernamento del Globemaster III.

Pertanto, se si dovesse dar corso in tempi brevi al programma, bisognerà orientarsi su uno dei tre velivoli indicati (chi ha i C-17 se li tiene stretti e non li cede) per costituire una capacità da trasporto aereo strategico tenendo presente, peraltro, che nessuno dei tre è comparabile al Globemaster III (o ancor di più al C-5B Galaxy) come capacità di carico utile (sulla distanza da coprire il discorso si equipara sostanzialmente grazie alla capacità di rifornimento in volo per i KC-390 e per gli A400M; il C2 ha una più che discreta autonomia e raggio d’azione senza rifornimento in volo, capacità quest’ultima prevista dal costruttore ma che non risulta impiegata dalla Japan Air Self-Defense Force). In Europa è stata lanciata una, per ora, vaga iniziativa per un nuovo aereo da trasporto, l’EDA/PESCO SATOC (Strategic Air Transport for Outsized Cargo), ma si è ancora in fase embrionale (si parla del 2035 come data per vedere i primi aerei disponibili).

Per la capacità di rifornimento in volo, la scelta è ricaduta sui KC-46A che in Italia prenderanno la denominazione di KC-767B e sostituiranno integralmente gli attuali KC-767A aumentando del 50% il numero di velivoli oggi disponibili.

Il KC-46A, dopo i numerosi problemi iniziali e l’avvenuta riprogettazione di alcune componenti, ora è in servizio nelle file dell’USAF in numero sempre crescente ed è autorizzato a rifornire buona parte dei velivoli in forza all’Aeronautica Statunitense, essendo decadute le limitazioni tecnico-operative precedentemente imposte; inoltre, il velivolo è stato venduto al Giappone ed a Israele che ha un requisito per un massimo di otto KC-46 per sostituire i venerandi B-707 in servizio da più di cinquant’anni con l’Aeronautica Israeliana.

Foto @Aeronautica Militare, @Esercito Italiano, @Marina Militare e @Ares Osservatorio Difesa

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