Warning: Cannot modify header information - headers already sent by (output started at /var/www/html/wp-content/themes/generatepress-child/functions.php:1) in /var/www/html/wp-includes/feed-rss2.php on line 8

È proprio in Vietnam che questo paradigma prende forma in modo strutturato. I piloti abbattuti sopra territori ostili diventano immediatamente obiettivi ad alto valore per il nemico, sia sul piano operativo sia su quello propagandistico. Nasce così il moderno Combat Search and Rescue (CSAR), con piattaforme dedicate come gli Sikorsky HH-3E Jolly Green Giant, supportati da aerei di scorta, guerra elettronica e soppressione delle difese. Ma, soprattutto, emerge un concetto destinato a rimanere centrale: il tempo è il fattore decisivo. Tra l’abbattimento e la cattura si apre una finestra estremamente ridotta, nella quale si gioca l’intera operazione.
Questo schema si ripresenta, amplificato, nel 1980 con l’Operazione Operation Eagle Claw. Il tentativo di liberare gli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran, nel pieno delle conseguenze della Rivoluzione iraniana, rappresenta uno dei fallimenti più significativi nella storia delle operazioni speciali. Non è il nemico a fermare la missione, ma la sua stessa complessità. Il piano si fondava su una sequenza rigidamente interdipendente: velivoli Lockheed C-130 Hercules, elicotteri RH-53D, un rendez-vous nel deserto, rifornimento e infiltrazione verso la capitale. La tempesta di sabbia degrada le capacità degli elicotteri, riducendone il numero sotto la soglia minima operativa. L’aborto della missione è inevitabile. Il disastro finale, con la collisione tra un elicottero e un C-130, è solo la manifestazione visibile di un sistema già collassato sotto il peso della sua stessa complessità operativa.
Non è un caso che proprio il fallimento di Eagle Claw abbia portato alla creazione di strutture come lo United States Special Operations Command e al potenziamento di unità specializzate come il 160th Special Operations Aviation Regiment, dedicate a operazioni notturne e ad alto rischio. La dottrina moderna delle operazioni speciali nasce da quella notte nel deserto iraniano, dove emerse in modo inequivocabile che la superiorità tecnologica, senza integrazione e flessibilità, non è sufficiente.
La lezione viene ulteriormente testata nella battaglia di Mogadiscio del 1993, resa celebre dal film Black Hawk Down. Anche qui, una missione inizialmente limitata si trasforma in uno scontro prolungato quando due elicotteri Sikorsky UH-60 Black Hawk vengono abbattuti. Il punto di rottura non è la resistenza nemica in sé, ma la perdita della mobilità e della sincronizzazione. Il sistema operativo entra in crisi nel momento in cui viene meno uno degli elementi chiave, replicando dinamiche già viste in Vietnam e a Desert One.
Tra questi due estremi, Vietnam ed Eagle Claw, si inseriscono numerosi casi che consolidano e raffinano la dottrina. Il recupero del pilota abbattuto nei Balcani negli anni novanta dimostra l’importanza della sopravvivenza e dell’evasione prolungata in attesa del recupero. Operazioni in Afghanistan, come quelle legate alla Battle of Takur Ghar o alla Operation Red Wings, evidenziano invece quanto la fase di inserzione ed estrazione resti il momento più critico, specialmente in ambienti non controllati. Anche operazioni apparentemente più “semplici”, come il recupero di piloti abbattuti in Libia nel 2011, mostrano che il rischio non è mai zero.

Il recupero del WSO di un F-15 abbattuto in Iran nel 2026 rappresenta l’ultima evoluzione di questa linea operativa. L’operazione si svolge in un ambiente A2/AD avanzato, caratterizzato da difese aeree stratificate, capacità di guerra elettronica e presenza di forze ostili sul terreno. Eppure, nonostante la complessità, il sistema regge. Questo non significa che sia stato privo di criticità; al contrario, i punti deboli emersi mostrano quanto il margine tra successo e fallimento resti estremamente sottile.
Il momento più vulnerabile è stato quello dell’inserzione e dell’estrazione, quando gli assetti aerei hanno operato su una landing zone non controllata, esponendosi direttamente al fuoco nemico, in una dinamica che richiama esperienze già osservate in Vietnam, Afghanistan e Mogadiscio.
La prima vulnerabilità è la dipendenza dalla mobilità aerea, già evidente in Vietnam. L’elicottero, nel momento dell’hover, diventa un bersaglio così come lo è l’aereo quando è costretto a volare a bassa quota oppure addirittura se deve atterrare. Nel 2026, questa vulnerabilità è amplificata dalla presenza di sistemi antiaerei moderni. La superiorità aerea non è mai totale, ma solo temporanea e locale sopratutto con la proliferazione di sistemi MANPADS sempre più letali.
La seconda riguarda la complessità della sincronizzazione multi-dominio. Se in Vietnam il problema era coordinare elicotteri e aerei, oggi si tratta di integrare intelligence, guerra elettronica, cyber, forze speciali e assetti aerei in tempo reale. Il sistema è più avanzato, ma anche più esposto a errori sistemici.
Inoltre, c’è anche la gestione dell’identificazione e dell’informazione. Il personale isolato deve essere localizzato e autenticato in un ambiente dove ogni segnale può essere intercettato o manipolato.
Il quarto fattore è il tempo. Come in Vietnam, più passano le ore, più diminuiscono le probabilità di successo. Nel 2026, la rapidità dell’intervento è stata decisiva per evitare la cattura del WSO, ma ha imposto una compressione dei tempi decisionali che aumenta il rischio operativo.
Infine, emerge il tema della resilienza. Se Eagle Claw dimostrò i limiti di un sistema rigido, le operazioni moderne mostrano una capacità maggiore di adattamento. Il successo non deriva dall’assenza di attriti, ma dalla capacità di assorbirli senza collassare.
Alla base di tutto questo rimane la postura strategica americana. Recuperare un uomo non è solo una necessità operativa, ma un imperativo politico e culturale. Significa mantenere il morale delle truppe, proteggere informazioni sensibili, inviare un messaggio a nemici e alleati nonché dimostrare che lo Stato è disposto a rischiare molto per i propri uomini.
Questa postura, tuttavia, non è priva di costi. Le operazioni di recupero espongono a rischi elevati, possono innescare escalation e richiedono un impiego massivo di risorse per un singolo obiettivo. Eppure, nonostante questi limiti, il principio non viene messo in discussione.
I dati storici confermano in modo netto quanto il Combat Search and Rescue sia una missione dominata più dal tempo che dalla tecnologia. Durante la Guerra del Vietnam furono recuperate oltre quattromila persone, di cui circa 2.780 in condizioni di combattimento, a fronte però di perdite significative tra i soccorritori e numerosi velivoli abbattuti. Le analisi successive mostrano che il fattore decisivo non è tanto il mezzo impiegato quanto la rapidità dell’intervento: circa il 55% del personale abbattuto viene perso immediatamente, mentre la probabilità di recupero cala drasticamente già dopo le prime ore, scendendo intorno al 25% entro le due ore e sotto il 20% dopo otto. Questo andamento, sorprendentemente costante anche nei conflitti più recenti, evidenzia come il CSAR resti un problema di “finestra temporale” più che di capacità tecnologica: intervenire rapidamente significa aumentare in modo esponenziale le probabilità di successo, mentre ogni ritardo trasforma l’operazione in una missione ad altissimo rischio con probabilità decrescenti di esito positivo.
Dalla giungla del Vietnam al deserto iraniano, passando per Mogadiscio e l’Afghanistan, il filo conduttore resta lo stesso. Le tecnologie cambiano, le dottrine evolvono, ma il problema operativo di fondo rimane invariato. Recuperare personale in territorio ostile significa operare al limite della complessità, dove ogni variabile può diventare decisiva.
]]>
Dopo aver lanciato la missione di soccorso con l’avvenuto recupero del primo dei due membri dell’equipaggio del caccia bombardiere perso durante un’operazione di combattimento, gli sforzi statunitensi si erano concentrati sulle ricerche del secondo pilota.
Le Forze Armate iraniane, ovviamente, hanno ostacolato in tutti i modi le attività statunitense mettendo anche una taglia di 50.000 sterline come ricompensa a chi avesse riconsegnato sano il pilota alle autorità, per ottenere un ostaggio da impiegare per costringere gli Stati Uniti a trattare.

E’ stato lo stesso Presidente degli Stati Uniti Donald Trump a confermare che il secondo pilota dell’F-15E abbattuto venerdì sull’Iran è stato tratto in salvo.
Per eseguire la complessa missione l’US CENTCOM ha mobilitato decine di aerei ed operatori delle Forze Speciali del 160th SOAR e dell’Air Force Special Operations Command (AFSOC).
Nel corso di quest’operazione si sono registrate un paio di perdite di velivoli da trasporto del tipo Super Hercules che hanno avuto un problema tecnico e sono stati fatti esplodere per non lasciarli agli Iraniani, senza perdite tra i membri degli equipaggi tutti rientrati alle basi a bordo di altri velivoli.
I velivoli statunitensi hanno dato la massima copertura all’operazione di salvataggio colpendo i convogli iraniani diretti verso l’area di ricerca; si sono registrati violenti scontri a fuoco tra i soccorritori statunitensi e le formazioni iraniane.
]]>
I due piloti del velivoli si sono eiettati; non appena è stato ricevuto il segnale di soccorso l’US CENTCOM ha mobilitato le forze necessarie al compimento della delicata missione.
Secondo funzionari militari statunitensi ed israeliani uno dei due membri dell’equipaggio dello Strike Eagle abbattuto è stato recuperato con successo sano e salvo e sta ricevendo le prime cure mediche.
Per il secondo membro dell’equipaggio sono tutt’ora in corso le ricerche per riportarlo alla base.
L’IRGC in un primo tempo aveva annunciato di aver abbattuto un F-35 ma le evidenze fotografiche indicano che trattasi di un F-15E, aereo che sta soffrendo diverse perdite in questa campagna aerea nei cieli mediorientali.
Inoltre, le autorità di Teheran hanno offerto una ricompensa per la cattura dei piloti statunitensi abbattuti, pari all’equivalente di 50.000 sterline.
Si sono visti filmati di un HC-130J Combat King II e due HH-60G Pave Hawk che volavano a bassissima quota per la ricerca dei due piloti dispersi.
Anche MQ-9A Reaper e A-10 Thunderbolt sono stati avvistati, il primo perché con la suite ISR e con i sistemi elettronici può localizzare i piloti abbattuti ed i secondi, perché grazie all’ampia protezione di cui sono dotati possono operare a bassa quota ed intervenire per eliminare con il potente cannone gatling da 30 mm e con altro armamento aria-superficie in dotazione qualunque tipo di minaccia si approssimasse nelle vicinanze dell’equipaggio abbattuto e per assicurare, laddove fosse necessario, il supporto di fuoco agli aero soccorritori nelle delicate fasi di recupero ed estrazione dall’area.
L’Aeronautica Israeliana ha sospeso gli attacchi nel quadrante dell’area in cui presumibilmente l’equipaggio si è eiettato e supporta la missione CSAR dell’USAF.
]]>
L’episodio risale a qualche giorno fa e la decisione è stata presa dal Governo Italiano dopo che lo Stato Maggiore della Difesa aveva reso noto al Dicastero della Difesa la richiesta statunitense, indicando che non si trattava di attività aerea rientrante in quella ordinaria consentita dai trattati in vigore tra Italia e Stati Uniti.
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha smentito seccamente le ricostruzioni secondo le quali l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti USA, poiché ha specificato che le dette basi sono sempre attive e non vi è stato alcun cambiamento del loro status.
Il Ministro Crosetto ha ribadito che il Governo continua a fare ciò che hanno sempre fatto tutti gli esecutivi in totale aderenza agli impegni presi in Parlamento ed alla linea ribadita anche in Consiglio Supremo di Difesa in continuità con tutti i precedenti Consigli, nei decenni antecedenti.
Secondo il Ministro della Difesa gli accordi internazionali disciplinano e distinguono con chiarezza ciò che necessita di specifica autorizzazione del Governo, per la quale è sempre stato coinvolto il Parlamento, in assenza della quale non è possibile concedere nulla e ciò che invece è considerato autorizzato tecnicamente perché ricompreso negli accordi; compito del Ministro è farli rispettare.
Infine, il Ministro Crosetto ha sottolineato che non vi è stato alcun raffreddamento o tensione con gli USA, perché entrambi i Paesi conoscono perfettamente le regole che disciplinano dal 1954 la presenza e l’operatività delle basi statunitensi in Italia.
Foto credit @US Navy
]]>
L’HMS Anson era stato inviato in Australia per esercitazioni congiunte con la Royal Australian Navy e per permettere la familiarizzazione degli equipaggi australiani con l’SSN in vista della prossima adozione dei sottomarini d’attacco a propulsione nucleare nell’ambito del programma AUKUS.
Vista la situazione di guerra in atto e per predisporre nell’area una capacità d’attacco di precisione a lungo raggio, il Governo di Londra ha ordinato all’HMS Anson di posizionarsi nell’area mediorientale, essendo armato anche di missili da crociera Tomahawk in grado di coprire distanze di oltre 1.500 chilometri.
L’HMS Anson è uno dei sette SSN di classe Astrute della Royal Navy; trattasi di battelli che in immersione dislocano oltre 7.000 tonnellate, sono lunghi 97 metri ed hanno un equipaggio di poco meno di 100 uomini.
Il sottomarino ha un’autonomia di 90 giorni ed un raggio d’azione illimitato grazie al sistema di propulsione nucleare basato su un reattore Rolls Royce PWR 2 che permette di raggiungere velocità attorno i 30 nodi in immersione.
L’armamento è costituito da 6 tubi lanciasiluri da 533 mm in grado di impiegare siluri pesanti Spearfish e missili da crociera per attacchi di precisione BGM-109 Tomahawk Block IV.
I battelli di classe Astute sono in grado di trasportare fino ad un massimo di 38 tra siluri e missili, oltre operatori delle Forze Speciali con i loro veicoli trasportatori ed equipaggiamenti di missione.
Foto credit @Royal Navy
]]>
Il primo dei due missili ha avuto un guasto tecnico ed è precipitato nel corso della sua traiettoria, mentre il secondo è stato affrontato da una nave della Marina degli Stati Uniti che protegge l’isola, un cacciatorpediniere classe Arleigh Burke che ha impiegato gli Standard SM-3 in dotazione; non si conosce l’esito dell’intercettazione ma anche questo secondo missile non ha colpito Diego Garcia.
Finora, la lontananza geografica della base di Diego Garcia dall’Iran che dista circa 4.000 km, fondamentale per le operazioni statunitensi nelle operazioni nello scacchiere mediorientale e nell’area dell’Indo-Pacifico, l’aveva preservata da attacchi iraniani, ritenuta improbabile da colpire dai missili balistici in dotazione all’Iran.
L’attacco tentato apre un nuovo scenario anche per quel che riguarda il Mediterraneo Orientale che ora dovrà far fronte anche a questa possibile minaccia, con Grecia e Bulgaria ma anche le propaggini meridionali dell’Italia che entrano nel possibile raggio d’azione missilistico iraniano il che richiede la massima attenzione e l’attivazione di tutti i sistemi di difesa disponibili.
Fino ad oggi si riteneva che l’Iran avesse sviluppato e messo in produzione missili balistici con portata non superiore i 3.000 km.
Foto crefit via social network
]]>Di questa prima serie di provvedimenti, principali beneficiari saranno gli Emirati Arabi Uniti ed il Kuwait ed in via residuale la Giordania.
Il Dipartimento di Stato americano ha approvato una possibile vendita militare (FMS) al Governo degli Emirati Arabi Uniti (EAU) di missili aria-aria a medio raggio avanzati (AMRAAM) e relative attrezzature, per un costo stimato di 1,22 miliardi di dollari.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno richiesto l’acquisto di quattrocento (400) missili aria-aria a medio raggio avanzati AIM-120C-7 o AIM-120C-8 (AMRAAM) e otto (8) sezioni di guida per AIM-120C-8 AMRAAM.
Sempre per gli Emirati Arabi Uniti è stata approvata la a possibile vendita militare (FMS) di un radar di discriminazione a lungo raggio con integrazione per la difesa antiaerea ad alta quota (THAAD) e relative apparecchiature, per un costo stimato di 4,5 miliardi di dollari.

Il Governo degli Emirati Arabi Uniti ha richiesto l’acquisto di un (1) radar di discriminazione a lungo raggio integrato con il sistema di difesa THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), dodici (12) uplinker Sentinel A4, due (2) stazioni operative tattiche THAAD C3 Fire Control and Communications (TFCC) e due (2) stazioni di lancio e controllo THAAD C3 TFCC.
Ancora per gli Emirati Arabi Uniti è stata approvata la possibile vendita militare (FMS) del sistema integrato di neutralizzazione di velivoli senza pilota a bassa velocità, a corto raggio e di piccole dimensioni (FS-LIDS) e delle relative attrezzature il cui costo totale stimato è di 2,10 miliardi di dollari.

Il Governo degli Emirati Arabi Uniti ha richiesto l’acquisto di dieci (10) Sistemi di Sistemi FS-LIDS (Fixed Site-Low, Slow, Small Unmanned Aircraft Integrated Defeat System) con duecentoquaranta (240) Coyote Block 2 All-Up-Rounds, radar Ku Band Multi-Function Radio Frequency System (KuMRFS), sistemi di lancio Coyote (lanciatori a 4 pacchetti); telecamere elettro-ottiche a infrarossi (EO/IR), caricatori di chiavi semplici AN/PYQ-10 e sistemi di comando e controllo della difesa aerea dell’area avanzata (FAAD C2).
Infine, sempre per gli Emirati Arabi Uniti è stata autorizzata la possibile vendita militare (FMS) di munizioni e aggiornamenti per gli F-16 al costo totale stimato è di 644 milioni di dollari.

Il Governo degli Emirati Arabi Uniti ha richiesto l’acquisto di tre (3) bombe da addestramento inerti GBU-39/B, millecinquecento (1.500) bombe di piccolo diametro GBU-39/B Increment I, novecento (900) set di guida per munizioni ad attacco diretto congiunto (JDAM) KMU-556 e trecento (300) set di guida per JDAM KMU-557.

Il Segretario di Stato ha notificato queste vendite al Congresso ed ha stabilito e fornito una giustificazione dettagliata dell’esistenza di un’emergenza che richiede la vendita immediata agli Emirati Arabi Uniti dei suddetti articoli e servizi di difesa, in quanto ciò è nell’interesse della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, derogando pertanto ai requisiti di revisione del Congresso previsti dalla Sezione 36(b) dell’Arms Export Control Act, come modificato.
Altro Paese arabo a beneficiare delle misure d’aiuto statunitense è il Kuwait.

In questo caso il Dipartimento di Stato americano ha approvato una possibile vendita militare (FMS) al Governo del Kuwait di radar di rilevamento per la difesa aerea e missilistica di livello inferiore, per un costo stimato di 8 miliardi di dollari.
Il Governo del Kuwait ha richiesto l’acquisto di un massimo di otto (8) radar Lower Tier Air and Missile Defense Sensor (LTAMDS), cinque (5) Large Tactical Power Systems ed otto (8) convertitori di frequenza (1 per sito tattico e 1 per impianto di manutenzione centrale; 2 di scorta).
Anche in questo caso la FMS è stata notificata al Congresso ed il Segretario di Stato ha stabilito e fornito una giustificazione dettagliata dell’esistenza di un’emergenza che richiede la vendita immediata al Kuwait dei suddetti articoli e servizi di difesa, in quanto ciò è nell’interesse della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, derogando pertanto ai requisiti di revisione del Congresso previsti dalla Sezione 36(b) dell’Arms Export Control Act, come modificato.
Il Dipartimento di Stato americano ha approvato una possibile vendita militare (FMS) al Governo Giordano di velivoli, munizioni e attrezzature correlate, per un costo stimato di 70,5 milioni di dollari.

Il Governo Giordano ha richiesto l’acquisto di supporto per velivoli e munizioni, nonché di attrezzature di supporto, modifiche minori e supporto per la manutenzione ed altri elementi correlati di supporto logistico e di programma che saranno aggiunti a un contratto precedentemente stipulato, il cui valore era inferiore alla soglia di notifica al Congresso.
La vendita proposta migliorerà la capacità della Giordania di far fronte alle minacce attuali e future, sfruttando questi pezzi di ricambio e le riparazioni per mantenere la prontezza operativa dei suoi velivoli F-16, C-130 e F-5, garantendo la sua capacità di pattugliare efficacemente i confini, rispondere alle crisi regionali e supportare gli obiettivi di sicurezza del CENTCOM nella regione.
Anche nel caso della Giordania il Segretario di Stato ha notificato queste vendite al Congresso ed ha stabilito e fornito una giustificazione dettagliata dell’esistenza di un’emergenza che richiede la vendita immediata agli Emirati Arabi Uniti dei suddetti articoli e servizi di difesa, in quanto ciò è nell’interesse della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, derogando pertanto ai requisiti di revisione del Congresso previsti dalla Sezione 36(b) dell’Arms Export Control Act, come modificato.
Fonte US Department of State
]]>
L’Iran, in risposta al bombardamento degli impianti di South Pars ed Asaluyeh da parte israeliana, ha eseguito una rappresaglia sulla zona industriale di Ras Laffan in Qatar, il principale impianto per la produzione di gas naturale liquefatto.
Il grave attacco ha messo sotto pressione le squadre di pronto intervento dell’Emirato che sono riuscite a domare i principali focolai ed a contenerne gli effetti.
Sul piano politico e diplomatico la mossa iraniana non poteva rimanere senza risposta; infatti, il Qatar ha deciso l’immediata espulsione dell’addetto militare e dei diplomatici iraniani invitati a lasciare il Paese entro 24 ore.
La situazione è complicata dal fatto che i due Paesi gestiscono uno dei più grandi giacimenti mondiale di gas, con South Pars in Iran e Ras Fallan in Qatar; Iran e Qatar, pur essendo su posizioni politiche diametralmente opposte, hanno trovato (od avevano, vista la situazione in atto) un punto di equilibrio nella gestione condivisa di questa immensa risorsa naturale.
Il Qatar ha duramente condannato l’attacco subito a Ras Laffan, uno dei più importanti centri mondiali di lavorazione ed esportazione del gas, considerandolo una pericolosa escalation ed una minaccia diretta alla sua sicurezza ed a quella regionale.
L’Emirato ha dichiarato che ulteriori azioni ostili saranno contrastate con misure aggiuntive e ha ribadito il proprio diritto di rispondere ai sensi del diritto internazionale.
Da parte sua QatarEnergy ha confermato che diversi dei suoi impianti di gas naturale liquefatto (GNL) sono stati oggetto di attacchi missilistici nelle prime ore di oggi, provocando incendi di notevoli dimensioni ed ulteriori ingenti danni.
Questi attacchi ed i relativi danni si sono aggiunti a quelli sferrati ieri dall’Iran contro il polo industriale di Ras Laffan, che aveva causato ingenti danni all’impianto Pearl GTL (Gas-to-Liquids).
Bisogna segnalare anche la posizione statunitense con il Presidente Trump che sostanzialmente fa ricadere su Israele l’intera responsabilità dell’attacco su South Pars, azione decisa e messa in campo senza coinvolgimento americano, e che peraltro minaccia Teheran di un’azione statunitense ben più significativa sull’impianto nel caso in cui l’Iran continui a prendere di mira Ras Laffan.
A questo attacco si aggiungono quelli lanciati contro gli impianti petroliferi industriali di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Ieri, sono state segnalate esplosioni a Riad ed in diverse aree del Paese con la difesa aerea e missilistica saudita più volte entrata in azione per tentare di contrastare la minaccia, tutto questo mentre nella capitale politica del Regno si riunivano i Ministri degli Esteri dei Paesi del Golfo che hanno condannato gli attacchi iraniani eseguiti con missili balistici e droni, considerati totalmente ingiustificati poiché portati contro aree residenziali ed infrastrutture civili, impianti industriali, impianti di desalinizzazione, aeroporti e missioni diplomatiche.
Dinanzi a tale situazione il Ministro degli Esteri saudita, il Principe Faisal bin Farhan, ha dichiarato oggi che il Paese non cederà alle pressioni subite dall’Iran e che si riserva di rispondere agli attacchi subiti nel quadro di quanto previsto e consentito dal diritto internazionale.
Da parte loro, oggi, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver interrotto completamente la produzione di LNG che le operazioni presso i loro principali impianti di gas naturale sono state sospese a causa degli attacchi missilistici e dei droni iraniani; tutto questo, ovviamente, legato all’attacco su Ras Laffan provocherà immediate conseguenze sul mercato del LNG i cui prezzi sono schizzati alle stelle.
]]>
All’avvenuta eliminazione da parte israeliana del capo della sicurezza iraniana Ali Larijani e di Gholamreza Soleimani comandante delle Forze Paramilitari Basij altissimi esponenti del regime che si erano particolarmente distinti nella feroce repressione dell’opposizione, ordinando massacri, torture ed esecuzioni sulla pubblica piazza, è corrisposto un pesante attacco missilistico su Israele, prendendo particolarmente di mira Tel Aviv con missili dotati di testate a grappolo.
Secondo l’IRGC, che ha effettuato i lanci, sono stati impiegati anche missili Khorramshahr 4 e Qadr, entrambi muniti di testate multiple dotate di submunizionamento a grappolo che rendono più difficile l’intercettazione. Le autorità israeliane lamentano la morte di due persone in un quartiere densamente popolato di Tel Aviv, portando il bilancio delle vittime causate dalla nuova guerra ad almeno 14 persone, oltre danni ad infrastrutture civili e militari.
Anche da parte di Hezbollah dal Libano si segnalano ripetuti lanci di razzi per colpire l’alta Galilea ed Haifa, con il sistema di difesa israeliano Iron Dome più volte entrato in azione per ingaggiare le minacce considerate più pericolose.
Israele ha pesantemente risposto a questi attacchi concentrando gli attacchi nell’area della capitale libanese per colpire obiettivi legati ad Hezbollah e continua ad ammassare truppe e riservisti ai confini del Paese dei Cedri in vista di una possibile operazione terrestre su larga scala.
Inoltre, sono continuati gli attacchi iraniani nei confronti dei vicini Paesi arabi dove sono presenti infrastrutture militari statunitensi ed è stata pesantemente attaccata l’area dell’ambasciata americana a Bagdad con intervento ripetuto dei sistemi di difesa di punto entrati in azione.
Israele sostiene che ieri a Teheran ha centrato e distrutto il quartier generale dell’unità di sicurezza delle Guardie Rivoluzionarie incaricata di reprimere i disordini ed un centro di manutenzione collegato alle forze di sicurezza interne iraniane.

Gli Stati Uniti, da parte loro, dopo l’ondata di risposte negative ricevute da parte dei Paesi alleati e partner a partecipare alle operazioni per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz, hanno ripreso a bombardare pesantemente le postazioni missilistiche iraniane site attorno la strozzatura naturale, impiegando le bombe “a penetrazione profonda” GBU‐72 A5K da 5.000 libbre (2.267 chilogrammi) del tipo “bunker buster” in un’operazione volta a neutralizzare le minacce iraniane alla navigazione internazionale nel Golfo Persico.
E’ stato lo stesso US Central Command (CENTCOM) a dare notizia di questi attacchi con tale tipo di munizionamento.
Immagini credit via social network
]]>
Aspides è una missione europea avviata alla fine del 2023 a seguito dei ripetuti attacchi lanciati dagli Houthi dallo Yemen contro il traffico mercantile e militare in navigazione tra Mar Rosso, Golfo di Aden e Mar Arabico.
Nel corso della missione le navi europee si sono trovate a dover affrontare minacce multidominio di diverso tipo come droni, missili balistici antinave, missili da crociera e imbarcazioni d’attacco con o senza pilota.
La missione Aspides vede l’alternarsi al comando di Italia e Grecia ed ha ottenuto ottimi risultati nonostante il ridotto numero di unità mediamente disponibili per coprire il bacino del Mar Rosso e l’area del Golfo di Aden.
Le navi europee hanno affrontato le minacce in arrivo con missili superficie-aria, sistemi di artiglieria e jammer, quest’ultimi che si sono rivelati particolarmente idonei ed utili ad affrontare anche gli sciami di droni lanciati dagli Houthi.
I Ministri europei sono chiamati a verificare la possibilità di allargare la missione Aspides anche per operare nello Stretto di Hormuz oggi sostanzialmente chiuso dall’Iran che fa transitare solo le navi dei Paesi che ritiene di dover autorizzare al passaggio, ammonendo che non tollererà la presenza navale di alcun Paese nell’area minacciando ritorsioni militari.
C’è scetticismo perché una mossa del genere segnerebbe un cambio di postura; finora i Paesi dell’Europa. ma non solo, si sono tenuti fuori dal nuovo calderone mediorientale, eseguendo esclusivamente missioni strettamente difensive.
Il Presidente Trump, a suo dire, ha sollecitato Paesi come Francia, Regno Unito, Australia, Giappone, Corea del Sud, perfino la Cina ed altri Stati interessati dalle pesanti limitazioni delle forniture di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz ad unire gli sforzi per consentirne la libera navigazione.
C’è da dire che, al momento, l’Amm.ne Trump ha ricevuto risposte sostanzialmente negative da parte dell’Australia mentre il Giappone ha dichiarato di non avere ricevuto alcuna richiesta in proposito e la Corea del Sud di aver avviato le valutazioni su un’eventuale schieramento delle sue navi nell’area.
Anche l’India non ha mostrato particolare entusiasmo ad aderire alle richieste statunitensi.
Da parte sua Pechino ha risposto a Washington di terminare immediatamente le ostilità contro l’Iran per ottenere la riapertura dello Stretto di Hormuz.
In Europa la Francia ha mobilitato buona parte della Marine Nationale per incrementare la sorveglianza e protezione del Mar Mediterraneo Orientale e dell’isola di Cipro, nonché del Mar Rosso; probabilmente, nella riunione di oggi insisterà nell’offerta di allargare agli Alleati europei la missione in corso.
Il Regno Unito si è trovato in una situazione difficile poiché in un primo tempo il Governo di Londra ha negato agli Stati Uniti l’uso delle basi aeree in Gran Bretagna salvo poi autorizzarlo; la mossa successiva dell’annuncio dell’invio nell’area di crisi delle due portaerei britanniche è stato deriso dall’amm.ne statunitense definendolo tardivo e sostanzialmente inutile; tutto ciò ovviamente non facilita al premier Starmer una decisione in merito.
Altri Paesi come la Germania hanno già chiarito che oltre rafforzare la difesa attorno a Cipro non intendono andare.
Per l’Italia, alle prese con l’MQ-9A distrutto in Kuwait nel corso degli attacchi iraniani sulla base aerea di Alì Al Salem, è una situazione spinosa da affrontare, avendo il Governo più volte ribadito che il Paese non vuole essere trascinato in guerra.
Foto credit @EUNAVFOR
]]>